Prefazioni

By on Lug 20, 2019 in Letteratura

Alzi la mano chi legge le prefazioni. Noiose come il curling, il più delle volte scandalosamente inutili alla comprensione del testo. Destano il sospetto di una marchetta dell’editore che con poco, due bacetti una carezzina, coccola la sua scuderia di autori, referenti, sodali e cliens. Una prefazione non si nega a (quasi) nessuno. (Basti pensare allo sciocchezzaio che uno stuolo di copy-writer di minor o maggior talento è costretto a vergare in nome e per conto di Sindaci, Assessori, Direttori, Sovraintendenti, Promotori e Sponsor che avvilisce il catalogo di ogni mostra d’arte che si rispetti).

A volte le prefazioni sono opera dell’autore; e qualche volta sono più d’una poiché premettono la prima edizione dalle successive. E’ allora che, occhio alla penna, vale davvero la pena di leggerle.

La prefazione della prima edizione italiana di “Intellettuale ad Auschwitz” (Bollati Boringhieri) è del 1966. In quell’occasione l’autore, Jean Améry pseudonimo di Hans Mayer, manifesta ancora una qualche forma di ottimismo: “Talvolta oso infine sperare che quest’opera raggiunga uno scopo positivo: allora potrebbe riguardare tutti coloro che intendono porsi come prossimo”; ottimismo di cui non c’è più traccia nella seconda, scritta sempre a Bruxelles nell’inverno del 1976. La rimozione della responsabilità, il silenzio e il fastidio stanno prendendo il sopravvento. E la bestia nazista rialza la testa in tutta Europa. “Le ferite non si sono rimarginate e ciò che nel 1964 (quando pubblicò il libro, Ndr) era forse sul punto di guarire, torna ad aprirsi come una ferita infetta. Emozioni? E sia pure. Dove sta scritto che l’Illuminismo deve essere privo di emozioni?… L’Iluminismo può assolvere il suo ufficio solo se opera con passione”.

indexIn memoria di Ágnes Heller il cui pensiero ha illuminato le tenebre della barbarie