Due o tre cose che so di lei ( 2)

By on Mar 30, 2020 in Contemporaneità

“Ti auguro di vivere in tempi interessanti” è una soave maledizione ebraica che ho citato più di una volta. Me ne scuso, ma è perfetta per questi anni che stiamo trascorrendo immersi nel bagno maria di cose interessanti; al punto da farci scordare persino il ricordo di tempi monotoni e insignificanti. Diciamo che “viviamo interessati” dai tempi delle Torri, quando l’impensabile apparve in slow-motion sui nostri monitor; quando l’inaudito assunse l’immagine del bancario di New York – camicia bianca aperta sul collo, bretelle d’ordinanza, cartone tra le mani – nell’atto di uscire dai Fratelli Lehman. Oggi l’impensabile sono i pesci nei canali di Venezia. È Times Square deserta. E’, molto più modestamente, via Paolo Sarpi a Milano desertificata di carrelli cinesi. Di norma, in tempi interessanti l’umanità si divide in tifoserie contrapposte. Oggi che i teorici...

E se domani

By on Mar 27, 2020 in Contemporaneità

Mentre serata dopo serata mi sciroppo il fantasioso “Freud” secondo Netflix, ho terminato di leggere “Freud in vita e in morte” (Bollati Boringhieri) biografia scritta da Max Schur il medico che accudì Freud negli ultimi anni di vita. Schur, giovane internista che si avviava a diventare psicoanalista, oltre ad una documentazione straordinaria per vastità e ricchezza, offre al lettore la vista di chi ha vissuto i fatti in modo vivo e diretto. Vicino in modo devoto ed affettuoso a Freud, Schur poté assistere in prima persona alla genesi di opere come “Il disagio della civiltà” pubblicata nel 1929, l’anno della grande crisi di cui gli austriaci avevano avuto una dolorosa anticipazione nell’immediato dopoguerra. Mi sono ripromesso di non parlare più della malattia e di concentrarmi sulle persone e quindi starò molto attento a non cadere nella trappola di parole come “guerra” (e di...

Raccontami una storia

By on Mar 23, 2020 in Contemporaneità

Credo sia stata Giulia, la ex-corta che mi somiglia, a rammentare che nel Decameron del morbo si parla sì e no nelle prime tre pagine. La peste è un presupposto, un pretesto che lascia immediatamente spazio alla narrazione che tutti conosciamo. È ciò che dovremmo provare a fare anche noi, sommersi da un virus che molto prima dei polmoni soffoca le menti. Spostare la narrazione dalla malattia alla vita, dalla tecnologia – ventilatori, respiratori, statistiche e curve epidemiologiche – alle scoperte quotidiane che i (fortunati) reclusi con il frigorifero pieno e la cantina fornita compiono quotidianamente. Mutare la prospettiva insomma, senza necessariamente dover ricorrere al moralistico “c’è chi sta peggio”, pensiero che ci perseguita dall’età dell’asilo (“non l’hai finita? pensa ai bimbi del Briafa che muoiono di fame!). C’è sempre chi sta peggio, l’approccio mentale delle...

Metafore

By on Mar 20, 2020 in Contemporaneità

Inevitabile ripensare in questi giorni a “Malattia come metafora”, un piccolo libro pubblicato da Einaudi nell’ormai lontano 1979. In poche luminose pagine, la Sontag descrive non la realtà della malattia (quella più o meno la conosciamo tutti) e neppure la fatica del vivere con la malattia, ma le fantasie e i sensi di colpa elaborati intorno alla malattia e alla condizione di malato. Come ricorderanno le persone non più giovani, l’AIDS fu all’inizio inteso come la malattia riservata ai comportamenti criminali perché ritenuti contronatura (sic) degli omossessuali. La Sontag sostiene che il modo più adeguato (e più adulto) di affrontare la malattia consiste nell’essere liberi da pensieri metaforici: la tubercolosi, terribile flagello divenuto però simbolo di raffinatezza romantica, contrapposto al cancro che è “il barbaro che è noi”, parola che ha finito con l’assumere il significato di...