Un’ulteriore piccola considerazione sulle introduzioni a “Saggisti italiani del Novecento”. Se lo scritto di Alfonso Berardinelli si distingue per la sintesi (efficacissima e, come suo solito, di sapore aforistico) riguardo all’essenza del saggio, il contributo di Matteo Marchesini – giustamente intitolato “biografia delle idee” – definisce in modo più diffusamente analitico il significato dell’opera e la sua struttura. Meglio: in poche pagine ricostruisce il percorso storico delle idee e dei concetti che hanno segnato il Novecento italiano. Documento che se fossi l’insegnante che non sono mai stato diverrebbe materiale ideale per far scoprire il “secolo breve” (che breve non è stato) ai ragazzi degli anni duemila. Non conosco i programmi ministeriali dell’ultimo anno; a spanne ho l’impressione che nulla sia cambiato dal cambriano dei miei tempi, quando del Novecento – avanguardie artistiche, pittura, architettura, cinema, romanzo, poesia, guerre mondiali, massacri, totalitarismi e Shoa – non si parlava mai.
mi ha fatto pensare/penare: i giornali. Molti di quei saggi citati nell’antologia comparvero su riviste e giornali quotidiani, veicoli prediletti dalle più acuminate penne polemiche nella diffusione delle idee. Oggi i giornali versano nello stato pre-comatoso delle imprese che stanno per essere sopraffatte da un nuovo paradigma tecnologico che non hanno saputo prevede e neppure voluto cavalcare. Come le pellicole fotografiche e i gettoni del telefono, i giornali su cui scrivevano le intelligenze del Novecento sono destinati a diventare oggetti di modernariato. Il guaio grosso è che – per il momento almeno – nessun giornale digitale, nessuna fanzina, blog o rassegna stampa ha la diffusione, il peso specifico e la credibilità (vera o presunta) che la carta stampata del Novecento ha avuto. Leggeremo sempre meno e scriveremo sempre di più. Nella maggior parte dei casi, spero non questa, banalità e sciocchezze.
