Non ho mai scritto una riga riguardo a questioni di geopolitica. Non che il futuro del pianeta non mi riguardi, semplicemente evito di parlare di ciò che non so. Di come andrà o andrebbe il mondo se Tizio farà la mossa Y e Caio la Zeta non lo sanno neppure gli esperti, fermo restando che il più grosso guaio che ci sia capitano non è il cambiamento climatico ma la scomparsa dell’esperto. (L’altra sera ho purtroppo visto Gramellini porre domande a Dibba senza mettersi a ridere; e così ho compreso che anche questa misura l’abbiamo colmata). Quindi di ciò che riguarda i destini del mondo non parlo, mi limito a condividere il parere di chi ne sa, e sono in parecchi a saperne anche qui sul vituperato facebook.
Oggi faccio un’eccezione. Il “National Security Strategy 2025” ispirato da Trump sancisce che l’alleanza atlantica stipulata ottant’anni non c’è più. Non solo. Mentre ci abbandona al nostro destino, l’America strizza pure l’occhio al più disgustoso dei dittatori sovietici. Il pendolo compie il suo arco e riporta l’America the Beautiful all’isolazionismo di un secolo fa. Cosa faranno ora gli europei nel senso dei governanti dell’Europa è pane per i denti dei bookmaker piuttosto che degli specialisti di politica internazionale (a onor del vero spesso le due professioni coincidono). Tuttavia, per quanto speri in un happy end come i bambini i doni a Natale, neppure di questo posso parlare: sul futuro dell’Europa ne so quanto il gatto di Schrodinger sul suo stato di salute. Voglio invece raccontare lo stupore che provo di fronte ad un evento che cambia la storia che sino ad oggi abbiamo dato per scontata e animosamente contestata: alzi la mano chi in gioventù non ha gridato almeno un paio di classici “yankee go home!” ed ecco che nel deserto di braccia levate gli yankee se ne vanno per davvero, sia pure con una cinquantina d’anni di ritardo
Insomma, contrariamente a quel che accade a Fabrizio Del Dongo a Waterloo, lo stupore nasce dalla certezza di essere spettatore di una curvatura della Storia, quando le cose cambiano al punto da non poter mai più essere le stesse. È l’atmosfera in Italia alla fine della guerra nei racconti di mio padre, l’euforia collettiva per la fine dei bombardamenti, la gioia per una libertà che la più parte della popolazione non aveva mai conosciuto, i comizi di Nenni, e la meraviglia di mio padre per un uso inaudito della retorica, così diverso dalla cupa teatralità mussoliniana. Una sensazione di leggera follia per dirla alla Mogol che secondo mio padre durò per mesi: l’idea che finalmente tutto diventasse possibile. Poi ci pensa la storia a insegnarci che non è così, ma immaginare la gioia e la speranza degli italiani alla fine della guerra non mi pare particolarmente difficile.
Un’emozione simile l’avevo provata quando le televisioni mostrarono al mondo la caduta del muro di Berlino, e ancora pochi mesi dopo nel corso di un viaggio in Germania attraversando confini un tempo invalicabili di cui il solo il rumore degli pneumatici bastava a dare col suo ritmato tu-tum-tu-tum contezza che si stava viaggiando su un’autostrada dell’ex DDR. Poi fu il tempo di Gorbaciov, della glasnost e della perestroika, le parole nuove che il mondo imparò a pronunciare con speranza e diffidenza, l’atteggiamento che è sempre saggio mostrare per le cose sovietiche. Gorbaciov! finalmente una persona, pensavamo con soddisfazione in parecchi, non il solito orrido cartonato brezneviano. E infine ultima l’apparizione della Storia quando, in un pomeriggio qualsiasi, le immagini provenienti da New York ci mostrarono come un aereo di linea può penetrare un grattacielo come una lama calda nel burro.
Eppure questa storia dell’America che rompe il patto d’amore con l’occidente mi pare infinitamente più sconvolgente di un Muro che crolla e di due grattacieli che si sbriciolano come le case di paglia degli incauti porcellini. L’America che volta le spalle all’Europa intimando ai paesi europei di tornare ad essere quello che sono sempre stati dalla caduta dell’Impero romano in poi, ovvero un rissoso catalogo di stati e staterelli in perenne conflitto tra loro, è infinitamente più clamorosa del fallimento dell’Unione Sovietica o dell’attacco dal terrorismo islamico. È un modo di pensare il mondo durato nel bene e nel male ottant’anni che oggi finisce per sempre. Qualunque cosa accada all’America, qualunque svolta liberale e democratica liberi il paese di Roosevelt dal suprematismo trumpiano, niente potrà più essere “come prima”. Se è vero, come lessi anni fa su fb, che le storie d’amore finiscono ma l’amore non finisce mai, è altrettanto vero che dopo una catastrofe sentimentale nessuno è più lo stesso. Mai più.
Forse possiamo solo affermare che oggi abbiamo visto la Storia in cammino (non necessariamente quella di Benjamin con il volto rivolto all’indietro e tutto il resto). A questo proposito, al voltarsi indietro intendo, mi viene in mente il “Doctor Faustus”, libro che nella letteratura civile del Novecento spicca su tutti gli altri. Narra le gesta di un musicista che pur di varcare le soglie della genialità è disposto a vendere l’anima, e insieme all’anima anche la capacità di vivere l’amore. In un capitolo magistrale l’autore invita il lettore ad orecchiare le chiacchere di un salotto di intellettuali monacensi. Qui la mostruosa abilità di Thomas Mann ricostruisce in poche pagine la conquista del partito nazionalsocialista dei cuori e delle menti. Un interno abitato da borghesi evoluti e consacrati alle proprie attività, la cui resa senza condizioni al nazismo è generata dal desiderio incontenibile di asservimento al potere. Metafora della più progredita nazione europea disposta a mette in gioco tutto ciò che possiede, compresa la vita, pur di seguire il suo pifferaio magico.
Chissà se un giorno qualcuno dotato quanto Mann saprà narrare cosa è successo al cuore dell’America. Qualcosa di terribile, se il paese che un tempo accoglieva chi chiedeva ospitalità con i versi di Emma Lazarus incisi sulla Statua della Libertà (“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare libere…”) oggi gli stanchi, i poveri, gli infreddoliti li caccia a calci nel culo. Il paese che nonostante tutto abbiamo amato per ciò che era e non per quello che avremmo voluto fosse, scaccia i disperati della Terra e minaccia i paesi dell’Europa. Quelli che, nonostante tutto, continuano ad amare l’imperfetta democrazia liberale. È proprio vero, le storie d’amore finiscono. Ma l’amore non finisce mai.
