Non solo non avevo letto nulla di Herta Muller, ero anche certo che non avrei letto nulla in futuro. Diciamo che ne stavo alla larga per via di solidi pregiudizi. Ad esempio, quando la fascetta che circonda il libro come un placido sindaco di paese annuncia la vittoria di un premio, o quando l’autore è ritratto in guisa di santino laico sofferente. La Muller riusciva nella duplice impresa: la fascetta annunciava garrula la vittoria che i vecchioni di Stoccolma attribuiscono compulsando il manuale Cencelli (chi sarà il premiato quest’anno? uno sconosciuto abitante del terzo mondo, una rappresentante del diarismo femminile, un testimone del pianeta “esuli e vittime”?) e le immagini d’archivio mostravano con preoccupante continuità il sembiante della depressione. Ora io non ho nulla di personale nei confronti delle patologie depressive, né tantomeno dei depressi; mi limito a evitare le une e gli altri come si scansa lo sternuto in tram o ci si sottrae dai logorroici nell’area cani la mattina presto. Dovendo (e potendo) scegliere nel vasto mare delle umane lettere perché mai dedicare una risorsa finita (il proprio tempo) a opere commerciali o banalmente lacrimevoli? Herta Muller, che il dio della letteratura mi perdoni, non solo appartiene alla folta categoria vittime del comunismo, ma fa pure parte del club “dolore & depressione”: non c’è una foto, il video di un’intervista recente, che la ritraggano non dico lieta ma almeno sorridente. Avrà certo le sue ragioni, in questo mondo non c’è da stare allegri, ma anche io ho le mie e quindi sto alla larga dai premi e dalla depressione.
Ovviamente non è andata così. Contradditorio come un ornitorinco e curioso come una scimmia di Benares, ho iniziato a leggerla. Non ricordo quale sia stato l’innesco. Il volumetto intitolato “Una mosca attraversa mezza foresta. Storie di regime, esilio, libertà” (Feltrinelli) è stato a suo modo irresistibile. Leggere Herta Muller non è una passeggiata di salute. “Una mosca attraversa mezza foresta” raggruppa una miscellanea di discorsi e interventi tradotti dal tedesco. Nonostante le avvertenze di Kundera sull’infedeltà dei traduttori, ho la certezza che il suo linguaggio sia l’esito delle sofferenze che le sono state imposte. Letteratura del dolore, dell’umiliazione, della sopraffazione: trenta anni vissuti sotto la dittatura dei Ceaușescu. Come è noto la scrittura femminile dell’Est (ammesso sia lecito inventare la categoria “scrittura femminile a Est di Trieste”) consta di talenti che rasentano (e spesso oltrepassano) il confine della genialità nel narrare l’orrore, il vuoto, l’angoscia. Impossibile restare indifferenti di fronte alle pagine di Ágota Kristóf e Magda Szabó, paiono scolpite nella pietra tanto è miracolosa la loro forza. Ma l’orrore de “La trilogia della città di K” e l’angoscia de “La porta” sono opere dell’ingegno, la trasposizione dell’esperienza esistenziale dell’autore in metafora, la realtà che diventa invenzione narrativa. Le pagine che ho letto della Muller non hanno niente a che fare con l’invenzione narrativa: fanno un altro mestiere. Leggere “Una mosca attraversa mezza foresta” è come leggere il Primo Levi de “Se questo è un uomo”, scrittore completamente diverso dal Levi de “Il sistema periodico” o “La chiave a stella”, ovvero la differenza che corre tra la narrativa e la testimonianza del filosofo morale. Non mi viene in mente altro termine per chi assume il compito immane di testimoniare il male.
Il piccolo volume della Muller cita nel retro di copertina il giudizio di un quotidiano svizzero: “Il linguaggio unico di Herta Muller rivela ciò che senza di esso non si potrebbe vedere”. Purtroppo non ho modo di risalire all’originale, alla recensione completa intendo, sicchè questa frase mi pare particolarmente scema; ogni scrittore degno di questo nome è portatore di un “linguaggio unico” tra i millantamila che non sono né unici né originali; ogni scrittore è tale se (e quando) riesce nell’impresa di creare il proprio linguaggio: unico perché svela un universo che altrimenti non potremmo vedere.
Ma al di là delle fesserie delle redazioni e degli uffici marketing (per promuovere la vendita hanno stampato in copertina l’orrenda dicitura “premio Nobel” come se si trattasse di un dentifricio antitartaro) questi scritti della Muller colgono perfettamente lo spirito del nostro tempo. Sono storie di regime, di esilio e di libertà negata, di violenza e di umiliazione. Riguardano personalmente ciascuno di noi. Ricordate la poesia posta da Primo Levi in esergo a “Se questo è un uomo”? Si intitola Shemà, in ebraico “ascolta”. E’ una poesia il cui significato è facile da comprendere quando difficile da praticare: è nostro dovere ricordare e tramandare. Scordare il valore della libertà, la propria e l’altrui, significa creare le condizioni che portano alla sua perdita. Ogni giustificazione, ogni scusa, ogni timore, ogni scelta politica fatta in nome del quieto vivere, ogni pacifismo inetto e ipocrita è un passo verso l’oblio, verso la perdita di sé, verso la schiavitù.
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
