Questa madeleine potrebbe iniziare con c’era una volta, la felice formula con cui principiano le fiabe. Dunque, c’era una volta un piccolo disgraziato paese dilaniato da feroci contrasti che nondimeno dominò la cultura europea per un secolo abbondante. O per meglio dire la formò attraverso una rivoluzione che va sotto il nome di Rinascimento. In verità non tutto il piccolo paese contribuì all’impresa; le protagoniste furono Firenze, Venezia e per un breve tratto Roma, le “città stato” (chiamiamole così) teatro della più sensazionale riscoperta della storia dell’umanità: il patrimonio filosofico e letterario del mondo greco e latino.
Se pensate che questa storia appartenga al novero delle storie che possono consolarvi delle piccinerie in cui si dibatte oggi il piccolo disgraziato paese, acquistate – o rubate, se ritenete sia un furto la proprietà privata di libri intelligenti – una copia de “La Repubblica delle Lettere”. È un Adelphi in purezza magnificamente scritto da quel genio di erudizione, fiuto storico e garbo che fu Marc Fumaroli.
“La Repubblica delle Lettere” è un’invenzione squisitamente italiana. Scrive Fumaroli: “Nella sua lettera del 1417, Barbaro si congratula con Poggio Bracciolini per le scoperte di manoscritti latini che questi aveva fatto in alcune biblioteche conventuali della Svizzera tedesca… In questa lettera-elogio redatta in stile elevato e utilizzando una metonimia molto classica, Barbaro identifica i manoscritti ritrovati in particolare quello del testo completo dell’Institutio oratoria di Quintiliano — con i loro autori “quegli uomini d’ingegno eccezionale, la cui memoria avrebbe dovuto esser tenuta eternamente in gran conto” – che tuttavia la barbarie teutonica ha reso per secoli cadaveri ambulanti. Questi grandi Antichi, così come coloro che, alla pari di Poggio, lavorano adesso a portarli alla luce in tutta Europa, appartengono a una stessa Respublica litteraria. Barbaro esprime a nome di quella comunità che ha realizzato con successo il legame fra Antichi e umanisti gioia e riconoscenza per Poggio. Attraverso le sue scoperte, questi si è rivelato cittadino insigne di quella Respublica, alla cui dignità ha sempre prestato attenzione. Quanto a Poggio, nella corrispondenza egli paragona il proprio lavoro di riscoperta di manoscritti dei capolavori dimenticati dell’Antichità all’atto salvifico con cui Enea strappa alle fiamme che distruggono Troia i Penati, che gli permetteranno di fondare nel Lazio la nuova Roma. Per opera della penna di Barbaro, come di quella di Poggio, si compie davvero un ritorno, una rinascita, e dopo una tragica interruzione un ciclo ricomincia, in un altro tempo, in un altro luogo. Grazie a questa «rivoluzione», i grandi defunti misconosciuti riprendono posto accanto ai vivi che li riportano alla luce in una stessa comunità impegnata a far arretrare l’oscurità e l’ignoranza: questa comunità ricostituita, Barbaro la chiama Respublica litteraria. Essa è il veicolo che diffonde il Rinascimento in Europa e sa di esserlo”.
Fumaroli ha dedicato molta parte della propria vita di studioso a “quella società ideale, e ciò nondimeno reale” che fu la “La Repubblica delle Lettere”. A partire dal Quattrocento sino alla Rivoluzione francese, questa società ideale ha attraversato i secoli e le mode, la politica e le religioni dell’Europa che fu umanistica, rinascimentale, classica, barocca, neoclassica, tenendo costantemente lo sguardo rivolto alla Stella polare dell’Antico inteso come patrimonio e oggetto di studio e riflessione. Una società di amici e di eguali che “si è essa stessa chiamata per quattro secoli e in tutte le lingue Repubblica delle Lettere”.
L’ideale, scrive ancora Fumaroli, “definito in origine da Petrarca, dell’otium studiosum peculiare del letterato… può assumere inflessioni diverse alla corte di Urbino di Castiglione, alla corte di Firenze (dove, non dimentichiamolo, Galileo nel 1610 porta avanti in pace 1e sue ricerche) e soprattutto nella “libera Venezia” dell’Aretino o di Boccalini. Parnaso, Arcadia, Accademia, sogni, configurazioni del pensiero, società ideali delineano e difendono gli ambiti fondamentali che rendono possibile il bíos theoretikòs (“vita contemplativa”) del letterato e lo distinguono da tutte le volgari espressioni della vita attiva. Rendono legittimo quel «genere di vita» disinteressato, favoriscono la formazione di piccole società adeguate quella pratica condivisa, e persino di una Repubblica delle Lettere che riunisce quelle accademie e permette loro di collaborare. Certo non bastano queste belle invenzioni prive di autorità sacra a cancellare le tensioni che contrappongono l’otium letterato ai negotia dei politici, degli uomini d’arme, o anche di coloro che governano gli Stati e la Chiesa. Esse nascondono, molto più di quanto non cancellino, conflitti che separano i letterati al loro interno e che li dividono persino secondo programmi di ricerca incompatibili come succede nel Seicento quando la «nuova scienza» di Bacone e Descartes sfida la tradizione filologica ed eruditi del Quattro e Cinquecento. Ma il loro perdurare dal Seicento all’Ottocento ne dimostra l’importanza nella storia culturale europea. Tale importanza dipende innanzitutto da principio dell’otium studiosum che esse affermano contro ogni forma di utilitarismo, di commercializzazione, di fanatismo, ma anche dalla scommessa basata sul principio che l’otium studiosum del letterato può essere un collante sociale esemplare, una disciplina che esige e favorisce l’amicizia, la benevolenza, quella cortesia e quella douceur che le lettere ottengono dalla natura umana più di quanto abbiano saputo fare i precetti autoritari della morale e della religione rivelate”.
(Non posso impedirmi di pensare all’Italia del Quattrocento come una sorta di precursore della Silicon Valley e a quel genio multiforme di Aldo Manuzio, l’inventore del libro formato pocket, quale primigenia incarnazione di Steve Jobs).

