Sì viaggiare

By on Ago 23, 2026 in Contemporaneità

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Dicono che la letteratura di viaggio abbia inizio con Amerigo Vespucci. Il suo “Mundus novus” dato alle stampe nei primissimi anni del Cinquecento ebbe un successo editoriale travolgente e diede un’identità al nuovo continente. (Il mondo nuovo raccontato da Vespucci era un “paradiso terrestre dalle incredibili bellezze naturali popolato da uomini senza religione o legge, proprietà privata o moneta, dediti a un’incessante guerra e una continua attività sessuale”). Che si occupi di rivoluzionare le convenzioni di un’epoca come nel caso del geniale Vespucci, oppure che unisca scienza, avventura e poesia come negli scritti di Alexander von Humboldt, la letteratura di viaggio inevitabilmente finisce con l’essere anche una sorta di autobiografia. Niente come un racconto di viaggio rivela il carattere, le convinzioni, le idiosincrasie e financo i capricci. Inevitabile pensare a Chatwin (i maligni lo descrivono come il più stanziale dei nomadi, assai dotato nell’arte di onorare l’ospitalità degli amici ricchi) e al suo stile di scrittura che reinventa il genere; in ogni caso nulla a che vedere con l’efficienza opaca e burocratica delle guide contemporanee il cui compito è trasformare una traccia (un appuntamento, un luogo, una tradizione) in opportunità di vendita: “Castelfidardo, la piccola capitale mondiale della fisarmonica”, “Cosa vedere a Cetinje, la capitale storica del Montenegro”. Magari prima o poi suggeriranno una visita a Nonantola e ai cento modi di cucinare il dinosauro alla panna.

Dubito che nell’età di Instagram in cui ogni cosa è per l’appunto instagrammabile e prestamente instagrammata ci sia spazio per la letteratura di viaggio. La scoperta e l’avventura sono programmate da un marketing turistico sempre più pervasivo, sicché la sola scoperta possibile finisce con l’essere quella auspicata da Proust: il vero viaggio consiste nel dotarsi di nuovi occhi. Fortunato chi ha avuto il tempo per visitare Torcello com’era, com’è stato per decenni (non oso spingermi a dire secoli) prima che entrasse a pieno titolo nel catalogo delle trouvailles di massa; e così Revello, Positano, Capri e Paestum, giusto per citare i classicissimi del viaggio in Italia. Così mettersi in viaggio per me significa soprattutto percorrere le strade della memoria, la mia e quella di chi mi accompagna, nella speranza di guardare il già visto con occhi nuovi e magari scoprire l’inedito, il nuovo, l’inaudito, con l’incanto dell’ingenuità e la meraviglia dello stupore.

Per quelli della mia generazione la maggiore età corrispondeva alla presa della patente. La patente veniva infatti “presa” come se si trattasse di una conquista manu militare, una cittadella fortificata che dava accesso alle vaste pianure della libertà e della scoperta. Va da sé che da allora nonostante tutto, nonostante le follie delle transumanze autostradali, dei lavori in corso e delle code ai caselli, viaggiare significava riempire il serbatoio e accendere il motore. Ancora oggi per me è impensabile l’idea del viaggio in aereo. Salire su un velivolo e dopo un paio d’ore ritrovarsi in un territorio di cui non abbiamo avuto tempo né modo di prendere le misure e di entrare in qualche modo in confidenza è un’aberrazione, un non senso. Il viaggio si fa in auto, moderno succedaneo della carrozza a cavalli. Solo così si avrà la percezione dello spazio che si attraversa: fiumi, laghi, montagne, colline, pianure, boschi, praterie, città. Certo, c’è anche il treno. Ma il treno nega la familiarità che le soste in auto impongono, quando necessità fisiologiche dànno luogo a un altrimenti impensabile intimità con individui che come te hanno fame, sete, urgenza di vuotare la vescica. E’ un corollario fondamentale del viaggio. Squaderna ai nostri occhi frastornati dalla strada i marcatori culturali che rivelano la natura dei nostri occasionali compagni di viaggio. Non c’è nulla di più esplicito e di più ferocemente classista del corpo umano. Nulla testimonia con altrettanta chiarezza la genetica e le tradizioni alimentari stratificate nei secoli. La volumetria dei corpi – pance, schiene, lombi rabelesiani – più degli abiti le cui fogge sono ormai standardizzate dal cattivo gusto internazionale – confermano che attraversato il confine hai superato il 47° parallelo. In realtà ti sei accorto di viaggiare verso il Nord dalla pazienza degli automobilisti: la pratica dello sfanalamento è un fenomeno sconosciuto.

Se viaggiare in auto è il modo più genuino e fisiologico per entrare nel paesaggio, bisogna tuttavia ammettere che il viaggio in auto non è più quello di una volta. Sono cambiate in meglio le auto, siamo cambiati in peggio noi; più stabili, sicure e confortevoli loro; più logori e frusti noi. Soprattutto è cresciuto a ritmi logaritmici il volume di traffico. Sicchè se un tempo occorrevano tre ore per giungere a destinazione con sportiva soddisfazione, oggi se ne impiegano il doppio, a volte anche il triplo per via dei lavori e degli (inevitabili) incidenti dovuti a stanchezza, scoramento, irritazione. Ma erano molti (troppi) anni che non mi mettevo in viaggio senza orari e senza limiti se non quelli dettati dalla fame e dalla stanchezza. Riempiere il serbatorio, controllare che ce ne sia una giusta quantità, non avere altri pensieri se non la strada. Nessuno da raggiungere, nessuno che ti aspetta. Andare per il gusto di andare, nonostante gli orari che al Nord la frase “Mi spiace, la cucina è chiusa” è quella che sentirai più spesso pronunciare in francese, tedesco, fiammingo, olandese. (Ogni Nord è senza soluzione di continuità il Sud di un altro Nord, beninteso sino a quando il Nord non assume i caratteri del Sud, e fatalmente appare povero, spoglio, trascurato. Ma questa è un’altra storia).

Quel che accomuna Nord a Sud e Ovest a Est sono i comportamenti. Inutile cercare il negozio dove abitino merci se non esclusive almeno tipiche: il franchising disegna il paesaggio urbano. Sicchè ciò che si trova a Trapani lo si può acquistare anche a tremila chilometri di distanza e viceversa. D’altra parte quel che la gente cerca non è l’oggetto sbalorditivo, il dipinto prezioso, della musica inaudita e neppure un’architettura urbana sorprendente. Si va per dire d’esser stati, si pranza e si cena nei locali il più affollati possibile (perché segno certo di qualità?) ci si ammassa davanti a quel palazzo, quella veduta, quello spiazzo: quelli che il marketing ha assicurato esser inderogabili. È una legge ferrea, valida in ogni angolo dell’orbe terraqueo, quella che pigia i corpi davanti alla Lisa di Leonardo e manda deserta l’attigua “Grande Galerie” strabocchevole di capolavori assoluti. Anche stavolta è stata rispettata, sicchè opere che valgono esse sole la fatica di un viaggio e, per il momento almeno non fanno parte del Grande Catalogo Promozionale, possono essere contemplate con agio nel più rigoroso silenzio.

Qualcuno dirà che è luglio, è agosto, è estate, che pretendi? Fateci caso, l’estate del Grande Catalogo Promozionale dura tutto l’anno. Si spinge oltre l’autunno e raggiunge Natale, moderna caverna di Alì-Babà, surfa sull’anno nuovo, plana sulle alture di Pasqua per raggiungere in un soffio una nuova estate, e con lei nuove promesse e nuovissime mete. Il viaggio è tutto l’anno, il viaggio è sempre: il viaggio è un prodotto di largo consumo che non si smette mai di produrre, di vendere, acquistare, consumare. Quindi viaggiare ha ancora senso? Frugo nei cassetti e trovo questa affermazione di Montaigne: “A chi mi domanda ragione dei miei viaggi, solitamente rispondo che so bene quel che fuggo, ma non quello che cerco”. Lui ha viaggiato moltissimo per i suoi tempi e non solo per quelli; viaggiava a cavallo nonostante i tormenti della calcolosi renale, le guerre, i banditi e tutti gli accidenti possibili e immaginabili a cui era esposto un onest’uomo disposto a molte fatiche pur di combattere l’abitudine e la noia. Purtroppo neppure questo è di qualche consolazione: oggi i pensieri di Montaigne finiscono sui Baci Perugina o stampigliate da un albergatore intraprendente su foglietti di benvenuto.