Sarà forse a causa della “Giornata” di Aldo Cazzullo (al solito bravissimo) dedicata all’infinito Giacomo se la vista di casa Leopardi m’ha riportato alla mente i versi peraltro feroci di Guido Gozzano (“il cùcu dell’ore che canta, le sedie parate a damasco / chermisi… rinasco, rinasco del mille ottocento cinquanta!”) sicché, parafrasando, anch’io rinasco del mille novecento settanta; mi ci riportano a forza non il fascio di musiche antiche (“motivi un poco artefatti nel secentismo fronzuto / di Arcangelo del Leuto e di Alessandro Scarlatti”) ma i berci che il palestinismo divenuto postura d’ordinanza come accadde per l’eskimo e i ray-ban a goccia nei ruggenti Sessanta, modula con un’intensità che ha raggiunto il suo zenit in occasione dell’anniversario del 7 ottobre. (Conoscendo l’energia che ogni ideologia purché violenta e stupida riesce ad autoprodurre violando ogni legge della termodinamica, forse lo zenit è al di là da venire: la lunga stagione culminata con l’assassinio di Aldo Moro ne è testimonianza e conferma).
Rinasco nei formidabili Settanta, come incautamente li ebbe a definire Mario Capanna stupefacente beneficiario dell’idiozia di quegli anni; rinasco e ricordo il conformismo plumbeo di chi rivendicava un “bisogno di comunismo” senza avere la minima idea di cosa fosse il “comunismo” là dove si diceva l’avessero realizzato; di chi scendeva in piazza gridando “Yankee go home” senza proferir verbo quando la Russia Eterna puntava gli SS20, missili dotati di testate nucleari, contro le capitali europee; di chi considerava il suicidio nel fuoco di Jan Palach “roba di destra”, protesta anticomunista non degna di essere presa in considerazione; di chi nei cortei inneggiava alla trimurti Lenin-Stalin-MaoTseTung senza sapere (senza voler sapere) quale fu il loro ruolo, le loro responsabilità, l’odio purissimo per ogni idea di libertà individuale e di libero arbitrio. Una, due, a volte anche tre manifestazioni a settimana. Non importa per cosa o per chi. L’importante era manifestare contro il nemico. (Solo dopo si scoprì che il “nemico” era l’Occidente, il solo luogo fisico e mentale dove fosse possibile “manifestare” qualsiasi sentimento, ubbia, capriccio, aspirazione, follia, desiderio, ma questa è un’altra storia).
Cosa restò dopo la formidabile ubriacatura dei formidabili Settanta? L’omicidio di Moro sancì la fine della politica. Con la sua morte morì anche la speranza che l’Italia, il più piccolo dei paesi del mondo Occidentale, potesse diventare “Une petite affaire toute sérieuse”, come auspica il partigiano Jonny di Beppe Fenoglio. Una cosa piccola, ma del tutto seria non lo siamo diventati; temo non lo diventeremo mai. Il palestinismo, nuova malattia infantile di un senescente che continua a invecchiare ma non muore mai, è l’ultima moda. Ultima solo in senso temporale. Dopo “Lenin-Stalin-MaoTseTung”, dopo “uno vale uno”, ora il nuovo modo di odiare l’Occidente per ciò che di meglio ha saputo (faticosamente, dolorosamente e spesso pure criminalmente) produrre è gridare “dal fiume al mare”, non distinguere l’ebreo dall’israeliano, l’israeliano democratico da quello fascista, l’uomo di pace dal guerrafondaio, il raziocinante dal fanatico. La vittima dal carnefice.
A parziale consolazione, la certezza che anche questa malattia finirà col passare, come lo sono state tutte le altre. L’augurio è che non debba durare quanto la più lunga. Quella che ci illuse di essere un impero difeso da otto milioni di baionette.
