Mai amato La7. Il senso unico dei suoi talk-show mi fanno pigiare il telecomando. Ieri sera però Aldo Cazzullo nella sua “Giornata particolare” ha dato una lezione di storia patria; di quelle che costringerei tutti, in particolare le così dette “giovani generazioni”, a guardare con gli occhi spalancati come Malcolm McDowell in Arancia Meccanica. La lezione s’intitola Faccetta nera, “speciale in due puntate dedicato al colonialismo italiano tra Eritrea, Etiopia, propaganda fascista e memoria storica”.
Chi in buona o cattiva fede parla di “italiani brava gente”, di diversità ontologica dell’italiano medio rispetto al germanico, abbia la compiacenza di guardare il lavoro di Cazzullo senza cambiare canale quando passano le immagini di civili gasati, dei partigiani eritrei torturati e impiccati, dell’uso (è il verbo più idoneo) delle donne africane promosso dal regime ed entusiasticamente attuato dai soldati del regio esercito.
Un capitolo a parte riguarda l’onestà (umana prim’ancora che giornalistica) di Cazzullo nei confronti di Montanelli. Montanelli non negò mai di aver adottato la pratica del madamato; fui lui stesso (anche i grandi giornalisti hanno le loro imbecillità) a raccontare della piccola sposa di guerra, una bambina di dodici anni da lui affettuosamente chiamata “animalino”. Cazzullo, contrariamente alle tradizioni della La7, sollecita due pareri opposti. Il primo è dell’inappuntabile Travaglio che con il sorrisetto d’ordinanza da Joker de noantri ci spiega che era costume (di quel popolo, ovviamente un popolo sottosviluppato) che così facean tutti, che l’Indro nazionale voleva bene alla sposa di guerra, e addirittura conservava la sua foto insieme a quelle delle altre due mogli (sic). Tesi azzardata quella del così fan tutti: poiché in Germania tra il Trenta e il Quaranta lo facevano (quasi) tutti, ammazzare gli ebrei non sarebbe stato un reato? Non così grave, insomma. Poi Cazzullo propone l’opinione e il volto altrimenti sorridente di Dacia Maraini che ci dà conferma di quanto sia complesso e multiforme l’animo umano: anche negli uomini di talento la grandezza convive con la meschinità.
C’è un ultimo aspetto che Montanelli ha negato per anni: l’uso dei gas nelle guerre coloniali. Dobbiamo al lavoro solitario di Dal Boca la rivelazione dei crimini commessi dall’esercito italiano. Dal Boca si definiva “il primo italiano ad essersi occupato della ricostruzione critica e sistematica della storia politico-militare dell’espansione italiana in Africa orientale e in Libia, e il primo storico ad avere denunciato i crimini di guerra compiuti dalle truppe italiane durante le guerre coloniali fasciste”.
Per decenni Montanelli (che partecipò alla guerra d’Etiopia come sottufficiale) negò che il regime fascista avesse usato l’iprite e le armi chimiche contro la popolazione locale. Del Boca, grazie a ricerche d’archivio e testimonianze, dimostrò il contrario. Nel 1996, incalzato dalle prove storiche, Montanelli ammise pubblicamente l’errore dichiarando: “I documenti mi danno torto”. Ma già nel 1994 con l’uscita da “Il Giornale” in rotta con la proprietà berlusconiana e con la creazione di un nuovo quotidiano indipendente (La Voce) l’Indro nazionale era diventato il nuovo santino di quella sinistra che per anni l’aveva chiamato “Sor Cilindro”. Sic gloria transit mundi.
