Avevamo vent’anni

By on Mag 25, 2024 in Contemporaneità

Scrivo queste noterelle in un periodo difficile. Quasi tutto ciò in cui aveva creduto la mia generazione è andato in fumo. È doloroso ammetterlo, soprattutto per chi ha conservato per anni un’illibata fiducia nei confronti della Ragione e della Parola. Eppure è evidente anche a un cieco: la Storia con l’esse maiuscola (e spesso pure quella con la minuscola) non insegna nulla e di conseguenza nessuno impara da nessuno. Parrebbe un pensiero controintuitivo. In fondo siamo ben scesi dagli alberi, abbiamo inventato la carta igienica a tre veli, la macchina per la passata di pomodoro e persino il gelato da passeggio. Tuttavia le sceneggiate che avvengono nelle università americane, luoghi dove l’accesso al sapere costa decine di migliaia di dollari l’anno, prestamente scimmiottate dalle colonie europee, i deliranti comunicati stampa propal di movimenti LGTB o scoprire che la bandiera della Palestina è divenuta un must anche sul red carpet di Cannes, spazzano via ogni dubbio. Nessuno insegna, nessuno impara. Così la Storia – maiuscola e minuscola – sembra ripetersi all’infinito come nel racconto di Adolfo Bioy Casares “L’invenzione di Morel”.

 im

***

“Avevo vent’anni, non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita” è uno degli incipit più abusati. In particolare temo da chi il libro di Nizan non l’ha mai letto. Avevo vent’anni, ero entusiasta, ignorante e presuntuoso. Delle tre non so quale in misura maggiore. Presuntuoso per ignoranza, entusiasta per la stessa ragione. Quando si è giovani, stupidi, in salute e senza grossi problemi, come si può non essere entusiasti della vita?

Il ’68 libertario e liberatorio, emozionante ed emozionato di sé stesso era finito da un pezzo. Qualcuno – ci abbiamo messo decenni per scoprire chi fosse – ha messo le bombe. In banca, in piazza, sui treni. Noi eravamo incazzati col mondo o credevamo di esserlo, chè forse la sola vera incazzatura era verso i padri. Certo, il mondo era un posto pieno di ingiustizie. Ma chi a vent’anni chi non prova rabbia per la guerra, la miseria, la fame, la sottomissione di popoli interi? Gente senza cuore come recita il proverbio.

68_interno

***

Quando avevo vent’anni andava forte il comunismo. Ho conosciuto un sacco di persone convinte che ci fosse in giro un gran bisogno di comunismo. Oltre al comunismo andava forte anche la droga dura, quella da spararsi in vena Della droga l’unica cosa che so è che quando qualcuno spariva, ti facevi quell’idea lì. Mai andati d’accordo comunismo e droga. Riguardo al primo, ho conosciuto gente seria al punto d’essere persino andata al di là del terzo volume del “Capitale” dell’edizione Editori Riuniti. Doppiare il terzo volume era come Capo Horn, giusto per dire quanto fossero seri. Eppure, quasi nessuno di loro che pure sentivano il bisogno del comunismo lavorava alle presse, in miniera e neppure nel bracciantato agricolo. Tutti col culo decentemente nel burro. Nel peggiore dei casi era margarina. Tutta gente che, per quanto seria, mai aveva fatto i conti col comunismo reale. Con quel mondo di sopraffazione plumbea che avrebbe sconvolto e indignato Marx per primo. A quei tempi Cuba era sfiorita e il Che un romantico cazzone. Era la Cina quella che andava forte. Esempio luminoso e praticamente perfetto di rivoluzione proletaria nel paese più contadino al mondo. Con buona pace del povero Marx (a furia di rivoltarsi nella sua tomba a Highgate avrà raggiunto il centro della terra) a quei tempi la logica era merce persino più rara della coerenza. Così s’andava in giro scandendo il nome di Mao, non dando troppa importanza alle milionate di morti per fame per via del “Grande Balzo” ordinato dal Grande Timoniere; e così leggevamo senza vergogna le massime del “Libretto Rosso”, centone di banalità propagandistiche per un popolo semianalfabeta. Al punto che una generazione intera di “raffinati intellettuali” (sic) attribuiva alla “Rivoluzione culturale” lo stesso valore della presa della Bastiglia.

***

Quando avevo vent’anni il comunismo andava forte; diciamo che era di moda. Adesso che ne ho settanta non capisco bene cosa vada di moda. C’è un innamoramento Propal che per ignoranza, violenza e ingenuità mi ricorda i tempi miei; c’è una sottovalutazione spaventosa e ridicola del pensiero islamista; c’è soprattutto un dilagante senso di colpa che avvolge come una nube purpurea il mondo Occidentale. L’uomo bianco, la donna bianca, sono colpevoli (assai più il primo della seconda) di una quantità di crimini: contro l’umanità, contro l’ambiente, contro le specie animali, contro il futuro della terra. Un elenco infinito. Così gli studenti di Torino invece di studiare ascoltano la lezione dell’imam sui fatti del 7 ottobre. Così nelle più prestigiose università americane gli studenti ebrei devono nascondersi neanche fossero nella Berlino del ’33.

***

Coglioni noi ieri, coglioni loro oggi? Sicuramente. Eppure i conti non tornano. Ai tempi miei quando il comunismo andava forte ed era di moda, si respirava nell’aria un’idea salvifica per quanto infantile di umanità futura. Un mondo più giusto e più libero. Un mondo più leggero e più gentile. A onor del vero, una fantasia durata un attimo: gli anni di piombo hanno rinchiuso i sogni in un catafalco impenetrabile e la festa è finita. Avevamo (o credevamo di avere, che fa lo stesso) una visione. Come possono le femministe americane o i movimenti lgtb inneggiare a Gaza senza pensare che le donne e gli omosessuali in quel mondo – geografico e culturale – vengono impiccati? Come è possibile aver scordato il più grande dono che la civiltà occidentale abbia offerto al mondo, la cultura della tolleranza e il valore delle libertà individuali? Come è possibile che le responsabilità del governo Netanyahu – errori, colpe o crimini – ricadano sul capo di una qualsiasi persona di cultura ebraica? Come è possibile storpiare concetti, torcere significati fino a violentare i fatti e accusare Israele di genocidio?

 pp

***

Non ho letto neppure una pagina di Houellebecq: me lo ha impedito una sorta di pregiudizio estetico; considero riprovevoli se non addirittura ributtanti alcune (diciamo pure parecchie) delle espressioni con cui Oriana Fallaci insulta la fertilità musulmana. Eppure, dopo Charlie Hebdo, dopo il coltello che ha sfregiato Salman Rushdie, dopo tutta l’indifferenza del mondo libero nei confronti dei macellai di Teheran, sono atterrito all’idea di ammettere che possano aver ragione. C’è tuttavia una differenza tra i nostri vent’anni e i loro. Ai tempi nostri, quando coglionescamente credevamo esistesse un metafisico bisogno di comunismo, Rettori, presidi di Facoltà e insegnanti non erano tanto propensi a lasciarci campo libero. Oggi l’iman indottrina serenamente sulla liceità dello Jihād al Politecnico di Torino; oggi un insegnante di Treviso – non so se più sciagurato, sprovveduto o vile – esonera gli studenti musulmani dallo studio di Dante; oggi, immersi sino al collo nei sensi di colpa per il nostro (recente) benessere, siamo pronti a concedere permessi speciali e autorizzazioni assortite alla “diversità” musulmana.

Dimenticavo: le università italiane che boicottano Israele. Ma questa più che una tragedia mi pare una barzelletta.

 cb