Da sempre nutro un sentimento di viva simpatia, immagino generato dal sollievo che la loro opera produce, per chiunque indossi la divisa di spazzino. Simpatia venata dall’imbarazzo che provo ogni volta al cospetto di chi svolge lavori d’indubbia utilità ma di altrettanto innegabile condizione servile, imbarazzo penso generato dalla sensazione di vivere un privilegio immeritato; a tal proposito un amico sosteneva che i netturbini dovrebbero essere strapagati, contrariamente ai direttori d’orchestra per i quali il solo fatto di vivere di musica è già di per sé un clamoroso emolumento. (Immagino che gli amici musicisti non siano d’accordo, ma ugualmente il paradosso mi pare solido e corroborante: chi fa un lavoro sgradevole e di grande utilità sociale andrebbe (almeno) risarcito dal punto di vista economico).
Mi considero sodale se non addirittura intimo dei netturbini (chiamarli “operatori ecologici” è ipocrisia woke in purezza) perché nel mio piccolo compio il loro stesso lavoro. Per un canettaro urbano è motivo d’orgoglio individuare in ogni contesto e situazione le deiezioni solide prodotte dai congiunti canini: come i cani bene educati hanno (avrebbero) il diritto di frequentare qualsiasi luogo, così i loro padroni hanno il dovere di risolvere ogni traccia della loro presenza. Questa raccolta indefessa – aiuole, prati, strade e marciapiedi – che non ha inizio né fine fa sì ch’io mi senta affine a chi gira per la città munito di scope e palette alla guida di furgoncini attrezzati; inevitabile scambiare due chiacchiere scrutando i loro volti per tentare di indovinare una circostanza, un destino, una storia, che li ha (le ha: molte di loro sono donne) condotti a sposare un lavoro faticoso, mal retribuito e di nessuna gratificazione: la strada che hai appena pulito verrà lordata nel giro di ore se non di minuti, esattamente ciò che capita alla cucina o al bagno di casa e che rende così avvilente il lavoro domestico.
Qualche giorno fa ho incontrato una spazzina nel boschetto dove porto le cane la mattina presto. Stava ramazzando tra l’erba, quando scorgendomi col sacchetto in mano mi ha apostrofato gentile – “Butti, butti pure!” – indicandomi il cassone del furgoncino. Aveva superato la mezza età – il segno della ricrescita non lasciava adito a dubbi – agile nei movimenti nonostante l’accentuata corpulenza, si è pacatamente avvicinata alle canette; libere dal guinzaglio si sono lasciate carezzare, rassicurate dal mio invito e dalla fiducia istintiva che gli animali provano nei confronti di chi ha lunga pratica con loro.
Alla mia più che ovvia domanda, rispose mostrandomi la collanina che portava al collo. Reggeva una scatolina a forma di cuore con le ceneri della cana con cui aveva vissuto per vent’anni. “Sono in attesa di adozione” proseguì. “Manca poco: il canile deve verificare l’idoneità della mia casa”. L’ho pensata alla guida del furgone in compagnia del nuovo cane: Ma temo i regolamenti non lo consentano.
