Amo i numeri anche se è un amore non corrisposto. Purtroppo con i numeri bisogna fare i conti. Tra le molte questioni di numeri che non so non dico risolvere ma neppure affrontare, una mi sta particolarmente a cuore. Ci ho pensato su, e la cosa più sensata da fare mi è parsa chiedere aiuto a un paio di amici di Facebook. Persone che oltre a non litigare con i numeri, pattinano nel pantano della questione ebraica con la leggerezza degli ippopotami di “Fantasia”.
La domanda che ho posto loro, bravi pure nello scovare informazioni e dati attendibili, è la seguente: quanti missili sono caduti sul territorio di Israele negli ultimi anni? Nonostante il quesito ricordi la storia degli angeli danzanti sulla capocchia di uno spillo, i miei amici sono riusciti a darmi una risposta: dall’ottobre 2023 all’aprile 2026 il numero complessivo di razzi e missili lanciati contro Israele è verosimilmente nell’ordine di circa 29.000 – 30.000, con una soglia minima pubblicamente documentabile di almeno 28.700. Il totale esatto resta incerto perché le fonti pubbliche aggregano in modo diverso razzi, missili e droni, e non offrono un consolidato unico aggiornato.
Facciamo due conti. 28.700 diviso i trenta mesi presi in esame fa 956 missili al mese: 31 al giorno arrotondando per difetto. Spesso e volentieri si tratta di missili a frammentazione, cioè di quelli che contengono al loro interno altri ordigni più piccoli il cui scopo è uccidere/ferire la popolazione civile. Non le installazioni o gli obiettivi militari. Ecco spiegato perché in Israele i rifugi sono parte integrante dell’infrastruttura urbana: “safe room” obbligatorie nelle nuove abitazioni, parcheggi sotterranei e bunker pubblici, strutture progettate per resistere a missili ed esplosioni.
Ora è necessario sapere che Israele è grande quasi come la Lombardia, per l’esattezza 1.699 chilometri quadrati in meno, senza considerare il deserto del Negev che occupa circa il 60% della superficie meridionale del paese. Proviamo quindi a immaginare quanto sarebbe divertente la vita se dalla Svizzera, tormenta da decenni di guerre civili e occupata militarmente da un esercito di tagliagole che teorizzano l’estinzione dei lombardi, venissero sparati 956 missili al mese, quanti quelli che vengono sparati su Israele. Come reagirebbero i focosi varesini, i ferrigni bergamaschi, gli eleganti comaschi, i laboriosi lodigiani e gli intraprendenti monzesi? (tralascio le altre province per esaurimento retorico).
Questa vita – bomba in più, missile in meno – gli israeliani la conducono dal 1948, da quando – alla faccia delle disposizioni dell’Onu – i suoi vicini le hanno ricorsivamente dichiarato guerra. Ma questo alle anime belle che non sanno comprendere la differenza che passa tra lo Stato d’Israele e il Governo d’Israele non interessa. Loro vogliono veder Israele sparire dal fiume al mare, anche se non sono sicurissimi da quale fiume e da quale mare. Israele che sopravvive sotto le bombe è colpevole naturaliter: è lo stato degli ebrei. Che al governo ci sia una coalizione laburista o la schifezza clerico-fascista di Benjamin Netanyahu non fa differenza.
Questo applicare a Israele due pesi e tre misure, questo chiamare sempre e comunque Israele al banco degli imputati, questa incapacità di distinguere tra Stato e Governo, tra governo e opposizione, tra le barbarie del fanatismo islamico e l’esercizio della democrazia nonostante lo stato di guerra, è l’ennesima dimostrazione di ciò che non vogliamo riconoscere: l’odio millenario verso gli ebrei è per ciò che sono e non per quello che fanno.
Questa marea di letame verminoso ha tuttavia un risvolto positivo: l’odio di oggi aiuta a comprendere cosa accadde negli anni 1933-1945, quando il contributo attivo degli europei rese possibile lo sterminio dei loro concittadini ebrei. Senza il loro aiuto, senza l’indifferenza di chi “si girò dall’altra parte”, i nazifascisti non sarebbero mai riusciti ad ammazzare sei milioni di persone.
Tempo fa chiesi a un altro amico di Facebook (sì, lo so: ho amici speciali) cosa avrebbe detto Marek Edelman, il vicecomandante del Ghetto di Varsavia, sulla vicenda Hamas- Netanyahu. La risposta di chi l’aveva conosciuto personalmente fu inequivocabile: li avrebbe odiati entrambi senza mezzi termini. Da un certo punto di vista riassume la posizione di chi, forse ingenuamente, continua a sperare nella soluzione “due Popoli, due Stati” auspicata da Oz. Per fare la guerra ne basta uno solo, per la pace bisogna essere almeno in due. Ma anche questo temo sia troppo difficile per i seguaci di “dal fiume al mare”.
