Ebrei senza saperlo

By on Feb 27, 2026 in Contemporaneità

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Immaginate cosa accadrebbe se un medico leggendo il referto dei vostri esami vi dicesse con noncuranza che la malattia di cui siete affetto è tipica degli askenaziti, gli ebrei dell’Europa centro settentrionale che parlavano lo Yiddish, lingua discendente dall’alto tedesco medio, arricchito di elementi lessicali ebraici, slavi e neolatini. Immaginate i pensieri che da quel momento in poi inizierebbero a passarvi per la testa e la quantità di domande che una scoperta del genere darebbe origine. È quello che racconta Lucetta Scaraffia nel libro “Ebrei senza saperlo” (Cortina).

Un caso limite il suo. Se sono molti gli ebrei divenuti consapevoli di esserlo grazie allo sguardo altrui – è il caso di Jean Amery e di Primo Levi – la scoperta che un proprio progenitore ha scelto (o è stato costretto a scegliere) di convertirsi abbandonando la religione dei padri è invece piuttosto rara. Diciamo che è simile a un esperimento mentale, l’esercizio “volto a testare, corroborare o confutare un’ipotesi o teoria, che ha un carattere immaginario e non empirico perché limitazioni pratiche lo rendono irrealizzabile”. Cosa sarebbe di me se fossi nato in un’altra famiglia, in un’altra epoca storica, in un altro continente… sono fantasie tipiche dei bambini, alcune delle quali si spingono persino a ipotizzare un cambio di genitori avvenuto alla nascita; nel caso della Scaraffia non c’è nulla di sperimentale. Non è un esercizio mentale. È la scoperta traumatica che il passato non è come si pensava fosse. Da brava storica inizia ad indagare. Scopre facilmente che la famiglia della nonna Lucia era arrivata a Milano nei primi anni dell’Ottocento ed aveva occultato le proprie origini ebraiche: la conversione era il modo più efficace per allontanare lo stigma della condizione ebraica ed essere socialmente accettati.

Lucetta Scaraffia è una signora di settantasette anni. Basta digitare il suo nome e comparirà la sua faccetta allegra e sorridente sormontata da occhialoni neri che la rendono ancora più simpatica. È una figura importante nel mondo della cultura e della comunicazione, membro del Comitato Nazionale di Bioetica, nota anche e soprattutto per le battaglie politiche che ha condotto e per le posizioni che ha assunto, non tutte e non sempre condivisibili come la polemica su Darwin e il darwinismo facilmente risolta da Telmo Piovani; ma si sa, nessuno è perfetto. Lucetta Scaraffia, nota anche per i suoi lavori sulla storia delle donne e di storia religiosa, ha conosciuto una vera e propria riconversione al cattolicesimo sul finire degli anni Ottanta, particolare quest’ultimo che assume una certa rilevanza sulle riflessioni che compie su cosa comporti essere ebrei. Chi è ebreo si domanda la Scaraffia: solo chi discende da madre ebrea, o anche chi decide di esserlo per linee paterne, per adesione religiosa, per tradizione culturale, perché è stato circonciso? Chi leggerà il libro avrà modo di confrontare i propri convincimenti con le domande che l’autrice si pone e a cui cerca di dare risposta. Non manca nulla, neppure l’odio di sé che alcuni ebrei convertiti provano, originato “dall’aderire al punto di vista cristiano sull’ebraismo”.

Come è intuibile la ricerca della Scaraffia non offre facili soluzioni. “Nel bene e nel male” scrive “l’identità ebraica è incancellabile e segna un’enorme differenza. Sappiamo che la storia è piena di terre invase, di popolazioni che si insediano in un nuovo territorio con rapporti difficili con chi già ci viveva, ma poi, nel giro di qualche generazione, tutto si sistema. Con gli ebrei non c’è niente da fare, con questo popolo il rapporto è sempre più difficile: riflettere sulle radici antiche e profonde dell’antisemitismo è fondamentale per smontare pregiudizi, per disfare teorie sbagliate, interpretazioni discutibili ma pericolose. L’antisemitismo è stato continuamente coltivato, mille modi diversi: mentre rievochiamo la vergognosa memoria dei campi, dimentichiamo quella dei pogrom in Ucraina e in Polonia, che hanno visto il silenzio passivo se non addirittura la solidarietà con l’esercito nazista di tanti abitanti che avevano sempre vissuto accanto alle comunità ebraiche”.

Non puoi essere nero, giallo o nord africano senza saperlo. Ma “ebreo senza saperlo” si può. Di più, anche antisemita. Scaraffia cita un profetico Vladimir Jankélévitch. Negli ormai lontanissimi anni Settanta afferma: “l’antisionismo è l’antisemitismo giustificato, finalmente alla portata di tutti. È il permesso di essere democraticamente antisemiti”. Ecco, diciamo che è questa l’identità che il nostro tempo ha scelto di assumere.

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