Il gulco gianigeva le brale

By on Feb 8, 2026 in Comunicazione

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Ho scoperto Andrea Moro per caso su Rai Scuola, canale che insieme a Rai Storia giustifica il pagamento del canone. Per mia fortuna ho avuto modo di ascoltarlo prima che la telecamera inquadrasse lo chignon sul cocuzzolo del suo cranio di maschio bianco attempato; se non sei cavallaro, personal trainer o pescatore di salmoni, meglio evitare il purillo di capelli intrecciati. Tuttavia, nonostante lo chignon e una qual certa somiglianza coi Umpa-lumpa fabbricieri del signor Willy Wonka, sono bastate poche frasi per avere contezza che la famosa prima impressione può essere persino più ingannevole di un venditore di auto usate. Per farla breve, il professor Moro dice di cose molto interessanti nel modo appassionato di coloro che vivono la scienza come godimento.

Gogolo “Andrea Moro”. Compare la scheda: “Andrea Carlo Moro, linguista, neuroscienziato e scrittore italiano. Accademico dei Lincei professore ordinario di linguistica generale presso la Scuola Universitaria Superiore di Pavia, dove ha svolto per due mandati rettorali il ruolo di rettore vicario, e presso la Scuola Normale Superiore di Pisa.”. Scorro le sue pubblicazioni, whatsappo Feltrinelli e il giorno dopo inizio a leggere “Parlo dunque sono”, il Pantheon che Moro ha dedicato ai pensatori occidentali che da Platone a Chomsky lo hanno aiutato nel tentativo di comprendere quali siano le proprietà specifiche del linguaggio, e per quali ragioni “le frasi stiano soltanto in noi come i teoremi e le sinfonie”.

Scrive Moro: “Noi non vediamo la luce, vediamo sodo gli effetti che ha sugli oggetti. Sappiamo della sua esistenza solo perché viene -a parte riflessa da quello che incontra nel suo cammino, rendendo visibile ciò che altrimenti non lo sarebbe. Così un nulla, illuminato da un altro nulla diventa per noi qualcosa. Allo stesso modo funzionano le frasi e le parole: non hanno contenuto in sé, ma se incontrano qualcuno che le ascolta diventano qualcosa”.

La ricerca di Moro parte dalla sintassi. Impronta digitale del linguaggio umano, la sintassi è la capacità di generare significati cambiando gli elementi che compongono una frase. La sintassi e la grammatica sono indipendenti dal significato e anche dalla logica. La sintassi contribuisce a generare il significato di una frase ma anche la possibilità di pronunciare frasi senza senso come “questo quadrato è triangolare” e pure senza significato come “Il gulco gianigeva le brale”. “Nessuno di noi sa cosa sia un gulco, tuttavia – prosegue Moro – grazie al potere della sintassi chiunque sarebbe in grado di rispondere alla domanda “Chi gianigeva le brale?”.

Nessuna espressione linguistica è davvero prevedibile, sicchè non sapremo mai con assoluta certezza quale parola o quale frase ascolteremo da un interlocutore. Per nostra fortuna la libertà del linguaggio è contenuta dai limiti posti dalla grammatica. “Se il linguaggio è espressione della nostra struttura biologica” afferma Moro “dovremmo allora capovolgere il prologo giovanneo e affermare che la carne si è fatta logos. E ogni riflessione su di esso ci svelerà in definitiva qualcosa di più su di noi, perché noi siamo parte del dato”.

Sarà un caso, ma negli stessi giorni ho letto “Osservazioni sullo stile”, due articoli di Marcel Proust apparsi sui giornali francesi negli anni venti del secolo scorso e meritoriamente ripubblicati da Aragno. A Proust restava poco da vivere e ne era in qualche modo consapevole; completata la sua opera e conquistati i primi brandelli di fama che lo renderanno imperituro, Proust traccia con estrema chiarezza il perimetro delle sue convinzioni artistiche: “Lo stile non è affatto un ornamento come credono taluni, non è nemmeno una questione di tecnica, è — come il colore nei pittori — una qualità della visione, la rivelazione dell’universo peculiare che ognuno di noi vede, e che gli altri non vedono. Il piacere che ci dona un artista, è quello di farci conoscere un universo in più”. E’ davvero il caso di dire che il linguaggio è tutto.