Il bello di Voghera

By on Gen 7, 2026 in Letteratura

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(“Il male di vivere lo incontravo a Voghera, ma non lo salutavo”)

Lo so. Di questi tempi si dovrebbe parlare di diritto violato e di come reagiranno i grandi mascalzoni della Terra; di chi vince, chi perde e chi pareggia. Con corollario di commenti su chi non c’è ma dovrebbe esserci, su cosa ha detto il tale e la talaltra, su un’epoca che si chiude e su un’altra che si apre, ma non si sa su cosa né quando.

Invece di parlare di cose di cui non sapremo nulla finché non ci sarà dato di vederle accadere, questa madeleine tratta di un libro che, a differenza degli imperscrutabili destini della geopolitica, offre più di un grimaldello per comprendere se non quello che sarà almeno ciò che è stato.

Genesi. L’altra notte mi sono svegliato turbato da un sogno di cui ricordo solo la sventata complicatezza. Pensate, avevo sognato Mozart materializzarsi nel mio studio; accomodato in faccia alla mia scrivania mi aveva chiesto con il garbo dei timidi di fargli il riassunto dello stato del mondo. Cosa sarà mai successo in due secoli che Mozart, il musicista prediletto da Dio, non sia in grado di comprendere…musica, poesia, teatro, politica, mode, costumi… Immaginate lo scoramento: sarò mai in grado di esporre in modo esaustivo ma comprensibile lo sfracello di duecentotrentacinque anni che separano la sua morte dal nostro oggi? Come raccontargli della musica inascoltabile del nostro tempo, facendogli ascoltare un fritto misto Cage- Stockhausen -Nono? Come fare una sintesi di duecento anni – imperi spariti e imperatori sparati, guerre totali e stermini industriali – a chi aveva vissuto i tempi in cui un qualsiasi vescovo di Salisburgo poteva cacciarlo a calci nel culo?

Per fortuna mi sono svegliato prima che il sogno diventasse incubo. Poi nel dormiveglia stavo ripassando le risposte chi avrei dato al divino Amadè (prima le conquiste della scienza o le libertà civili? Gli disegno una tavola sinottica?) quando un pensiero mi ha attraversato la mente. Se quello che ti fa le domande fosse invece un ragazzotto o una giovincella, diciamo tra i sedici e i diciotto? Se un adolescente sveglio (sveglia) mi chiedesse conto dell’Italia tra i Sessanta e gli Ottanta, quale fosse il clima culturale e quali i personaggi della cultura, della moda, del costume, delle imprese e dello spettacolo, che risponderei?

Preciso subito che l’incontro con un ragazzotto/a sveglio/a è più improbabile della visita di Mozart: non frequento nessuno dei loro habitat. Bisognerebbe forse insegnare in un liceo o in una qualsiasi scuola superiore, o fare il prete in un oratorio di provincia, un tempo luoghi di socialità e di svago, oppure avere amici dotati di figli adolescenti. Tuttavia, nell’improbabile (ma non impossibile) incontro metterei loro in mano una copia di “Ritratti italiani” di Arbasino. Un catalogo delle “persone eccellenti”, come direbbe il Vasari, l’affresco delle grandezze e miserie, delle posture e imposture di scrittori, critici, registi, imprenditori, uomini di spettacolo che hanno fatto l’Italia nel periodo che va dal boom economico alla Milano da bere e oltre. Una sorta di biografia della nazione, un “come eravamo” e come ci piacerebbe continuare ad essere nonostante tutto.

Come scrive Arbasino, ovvero come pensa Arbasino (le due cose coincidono) lo scopriamo dal “ritratto” di un giovanissimo Gianni Morandi colto all’apice della fama. Tra le altre cose scrive: “Le prime curiosità riguardano veramente il Successo. Questo mito, nel caso di un attore o un cantante, “leggero” o no, mi pare scomponibile in due grosse questioni. Una: chi prende le decisioni. Cioè: il cantante, o l’attore, in quale misura si manovra da sé, o viene manovrato da altri? Dirige? O viene diretto? Due: come amministrare un grosso successo? Più è grosso, anzi, si sa bene che proprio per la sua natura tende a risultare effimero. Questo si vede molto bene in letteratura. Negli Stati Uniti, unico posto dove i “colpi” possono veramente riuscire grossissimi (e così uno può bastare per una vita intera), Mary McCarthy e Truman Capote « ce la fanno ». Cioè, dopo parecchi anni spesi guadagnandosi una fama sofisticata, quasi solo per élites, improvvisamente esplodono confezionando un accurato, calcolatissimo prodotto middlebrow, destinato al pubblico di massa che lo riceve come Cultura, e come tale lo paga. E con l’accumulo (in meno di un anno) dei diritti d’autore, dei paperbacks, delle riviste, dei club del libro, della televisione, e di Hollywood, uno scrittore riesce a mettere insieme in una botta sola quella tale somma, superiore al milione di dollari, che lo ‘sistema’ per sempre. In Italia, in un mercato così ristretto, va da sé che questo non appare assoluta-mente possibile. I “colpi” sono rari, il successo corrisponde a un numero di milioni molto limitato, quindi non “sistema” nessuno per sempre. Andrebbe ripetuto. Ma difficilmente si ripete più volte. (Sembra quindi più saggio, addirittura, amministrare oculata-mente un certo tipo d’insuccesso, per un lungo periodo)”. Confesso che la prima cosa che mi è venuta in mente a proposito di rifrittura middlebrow sono le cose della povera Michela Murgia e della sua cerchia amichettista, ma questa è un’inferenza mia; mentre poche sue righe suonano come l’ennesima conferma dell’esattezza chirurgica con cui Arbasino ha indagato per oltre sessant’anni lo stato di salute della “repubblica delle lettere” italiane.

Potrebbero interessare a una ragazza in gamba le tristi vicende di Mario Praz, forse il più dotato critico italiano, l’intelligenza editoriale di Giangiacomo Feltrinelli di cui Arbasino offre un ritratto oltremodo affettuoso, la tristezza di Flaiano, il genio di Longhi, l’inafferrabilità di Gianni Agnelli, il coraggio di Italo Pietra, l’impegno di Sophia Loren, il culto per il passato di Visconti, l’antropologia erotica di Pier Paolo Pasolini, per citare i primi “ritratti” che mi vengono in mente tra quelli elencati in quattro fitte pagine di indice?

Diciamo che “Ritratti italiani” potrebbe servire in guisa di bigino a chi sta per varcare le soglie di una facoltà umanistica. Giusto per avere almeno un’idea del ruolo che nella cultura italiana ricoprirono personalità come Eugenio Garin, Luciano Anceschi, Gadda o Mongiardino. Tutti nomi, ci scommetto “Parco delle Vittorie” del Monopoli, che i diplomifici universitari impegnati come sono nella produzione di futuri sottoccupati si guarderanno bene anche solo dal nominare.