Ritorno ancora una volta a “Saggisti italiani del Novecento” l’antologia curata da Berardinelli-Marchesini. Andando avanti e indietro nel tempo, passando da un autore all’altro per il puro piacere di scoprire e riscoprire, ragionavo su come la lingua sia il testimone più attendibile di un’atmosfera, di un gusto, di una temperie.
Non so quasi nulla di storia della lingua se non che l’italiano è mutato molto poco. Sicché, mentre per francese (un tedesco, un inglese) è praticamente impossibile leggere la letteratura del Trecento, un italiano di media cultura può fare i conti con Dante con ragionevole difficoltà. (Non ho la più pallida idea delle cause di questa eccezionalità. In alto a sinistra nella libreria riposa la “Storia della lingua italiana” del Migliorini edizione del 1971. Avrei dovuto portarla a un esame una cinquantina d’anni fa. Oggi potrebbe darmi le risposte che cerco se finalmente mi decidessi a leggerla prima che le pagine si stacchino come foglie d’autunno secondo consuetudine della Biblioteca Sansoni).
In attesa del Migliorini, ecco tre esempi del 1821, 1924, 2025. Li propongo per condividere lo stupore constatando una volta di più la sostanziale continuità della nostra lingua. Anche questa “resistenza al cambiamento” è parte fisiologica della nazione?
1821
“L’antico non è eterno, e quindi non è infinito, ma il concepire che fa l’anima uno spazio di molti secoli, produce una sensazione indefinita, l’idea di un tempo indeterminato, dove l’anima si perde, e sebben sa che vi sono confini, non li discerne, e non sa quali sieno”.
(Giacomo Leopardi)
1924
Se Gramsci parlerà a Montecitorio vedremo probabilmente i deputati fascisti raccolti e silenziosi a udire la sua voce sottile ed esile e nello sforzo di ascoltare parrà loro di provare un’emozione nuova di pensiero. La dialettica di Gramsci non protesta contro i brogli o le truffe ma ne documenta dalle pure altezze dell’idea hegeliana, la insopprimibile necessità per un governo borghese. I suoi discorsi saranno condanne metafisiche, le invettive risentiranno dei bagliori d’una palingenesi.
(Piero Gobetti)
2025
Se c’è bisogno di apportare un bene patrimoniale sentimentale che integri il bagaglio delle giovani anime in cerca di una strada nelle relazioni, ci si rivolga alla letteratura: meglio apprendere l’amore da Flaubert che da lezioncine scolastiche”
(Giuliano Ferrara)
