Il topo di Dora

By on Set 3, 2026 in Letteratura

 

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La tua irrequietudine mi fa pensare

agli uccelli di passo che urtano ai fari

nelle sere tempestose:

è una tempesta anche la tua dolcezza,

turbina e non appare,

e i suoi riposi sono anche più rari.

Non so come stremata tu resisti

in questo lago

d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse

ti salva un amuleto che tu tieni

vicino alla matita delle labbra,

al piumino, alla lima: un topo bianco,

d’avorio; e così esisti!”

 

“Dora Markus” è considerata una vetta della produzione di Montale. La scrisse nel ’28 per una giovane donna sconosciuta. Avevo tredici o quattordici anni quando l’incontrai. Naturalmente non capii nulla se non che l’irrequietudine, male di cui già da allora soffrivo, poteva avere una sua eleganza, quel certo non so che. Crescendo due o tre cose penso di averle comprese, ma la cosa che allora come oggi continua a sorprendermi e darmi piacere è il topo bianco, l’amuleto d’avorio “salvifico” che protegge la donna irrequieta. (“Dora Markus” è destinata a diventare Gerti Frankl nel ’39 quando fu composta la seconda parte della lirica, anno segnato dalle leggi razziali e dell’imminente catastrofe bellica. L’inquietudine esistenziale assumerà così la consistenza feroce della furia antiebraica che nessun amuleto per quanto potente potè annullare.

Al di là del genio poetico che in “Dora Markus” salda l’irrequietudine esistenziale al dramma collettivo della guerra e delle persecuzioni razziali, il topino bianco mi ha sempre colpito in ragione del fatto che chiunque (o meglio, quasi chiunque in ottemperanza alla legge di Gauss) ha con sé nella propria stanza, in un cassetto, sul tavolo da lavoro, sulla libreria, o appoggiato a un mobile di casa, il proprio “topino bianco” apotropaico; un oggetto – una penna, un temperino, un elefante di plastica, un portachiavi inetto alla bisogna del quale tuttavia non sappiamo liberaci – a cui siamo affezionati per via di una circostanza, una persona, un ricordo. Le nostre stanze, le nostre case, sono piene di questi oggetti di cui spesso – a differenza del topino di Dora – abbiamo scordato l’esistenza. Il riscoprirli è motivo di sorpresa a volte venata di un cruccio di cui non sappiamo darci ragione: viaggiatori provenienti da galassie lontane ci ricordano quello che eravamo, quello che siamo stati, e soprattutto quello che non avremo modo di essere più.

Sono un uomo fortunato. Vivo in una grande casa e godo il lusso di una stanza tutta per me. Purtroppo, per quanto grande non tutti i topini bianchi hanno potuto avere accoglienza; molti di loro sono stati sacrificati per fare posto ai libri, gli amuleti degli uomini del Novecento, anche se molti di loro hanno subito il sacrificio del macero. Nonostante la mia indubbia fortuna o forse in ragione di essa, nel corso degli anni mi è accaduto di dover far fronte a un obbligo di solidarietà tra i più gravosi. Quando le generazioni che ci precedono prendono commiato, gli oggetti della loro vita seguono la loro sorte. Come le armi e i monili seppelliti insieme ai re e alle regine perdono funzione d’uso, così gli oggetti d’affezione smarriscono senso e significato: messaggi scritti in una lingua aliena, i “topini bianchi” ci risultano estranei come volti anonimi della folla; privati della capacità di evocare non dico un ricordo, una storia, un evento, non sanno neppure giustificare la loro presenza nella casa; nudi sono ridotti all’essenza di mero oggetto abbandonato alle maree del Tempo, ai capricci del gusto, alle menzogne delle mode.

Senza storie, senza le parole che compongono le storie e segnano l’epifania dell’umanità che divenne umana, le cose che abbiamo amato, che ci hanno dato allegria, piacere alla vista e godimento al tatto, gli oggetti che evocano un ricordo, una persona, un tempo in cui siamo stati e mai più saremo, muoiono insieme a noi. E le mani pietose che li raccolgono e scrutano non potranno riconoscere in loro null’altro che forme mute e inanimate.

Così, all’alba della sesta ondata di calore (come il Giurassico segue il Triassico e precede il Cretaceo?) ho pensato che sarebbe saggio classificare ogni nostro “topo bianco”. Dotato di un codice univoco che rimanda alla sua brava narrazione (un breve capitoletto, una mezza cartellina, senza esagerare) potrebbe presentarsi con umiltà piena di speranza a chi con mani pietose e solerti sta smontando pezzo a pezzo lo sbiadito mosaico d’altrui vite.

(La foto che correda questa “madeleine” ritrae le gambe di Dora. Pare esser stata scattata dall’amica Gerti Fránkl Tolazzi di cui il poeta parla in “Carnevale di Gerti”. Montale non conobbe personalmente Dora; di lei gli aveva parlato l’amico Bobi Bazlen, inviandogli una foto delle sue gambe e indicandola come amica di Gerti. Stando a Wikipedia a Marina di Ravenna c’è una piazza intitolata a Dora Markus. La prossima volta che vado da quelle parti verifico.)