“Vuoi più bene a mamma o a papà” e “nasce prima l’uovo o la gallina” sono le più famose domande dello stupidario nostrano (non conosco quello degli altri paesi). Tuttavia, mentre la prima domanda è insensata da ogni punto di vista, la seconda esemplifica in modo proverbiale la difficoltà di spiegare in modo semplice e immediato la complessità della vita. (Spoiler: è nato prima l’uovo).
Una volta risolto questo angosciante dilemma siamo pronti per affrontarne uno che avrebbe atterrito pure la Sfinge di Edipo. Eccolo: è nato prima il pubblico di merda che (coerentemente) premia spettacoli teatrali, film, libri e talk-show televisivi di merda, oppure sono nati prima gli autori di spettacoli teatrali, film, libri e talk-show televisivi incapaci di produrre nient’altro che merda?
Inutile scollare il capo. Dalla risposta dipendono le sorti dell’umanità. Se qualcuno non ne fosse ancora convinto dia retta a Salman Rushdie, uno che sull’immerdamento della nostra civiltà ha le idee chiare. Intervistato in occasione dell’uscita del suo ultimo libro scritto dopo l’attentato terroristico che ha messo a rischio la sua vita, ha parlato “della sua continua lotta per la libertà di espressione, iniziata quando il regime iraniano gli impose una fatwa in seguito alla pubblicazione dei “Versetti Satanici” nel 1988”. Ma ciò che più lo preoccupa “è un certo rifiuto di credere nei valori del consenso del dopoguerra. Il fatto che i giovani non si sentano in sintonia con queste virtù e questi valori è la cosa più spaventosa di tutte. Dobbiamo guardare chi viene definito il nemico. E’ la cultura. Questi sono tempi molto difficili”.
In buona sostanza, meglio sarebbe in questo caso dire cattiva, Rushdie condivide la tesi di Hans Magnus Enzensberger riguardo alla nostra società basata sulla “crisi di sovrapproduzione di autocritica”. Una crisi che rende l’uomo (maschile esteso) occidentale responsabile praticamente di tutto il male della terra: imperialismo, colonialismo, razzismo, sessismo, paternalismo, capitalismo etc. etc. Un delirio autocritico responsabile dello schieramento di quote significative di opinione pubblica al fianco di Putin, della Cina, di Hamas e di ogni nemico della cultura occidentale. Qualche dato ricavato, come il virgolettato, dal “Il Foglio” di sabato 8 novembre: “Il sessanta per cento della “generazione Z” negli Stati Uniti preferisce Hamas a Israele (il 37 per cento in Inghilterra e percentuali simili altrove). Lo ricopio per sicurezza: il 60% della generazione Z (“nativi digitali” cresciuti con Internet e gli smartphone) negli USA e il 37% in Gran Bretagna preferiscono Hamas a Israele. Hamas, quelli che ammazzare l’ebreo è un dovere e un vanto.
Inutile sottolineare come il disprezzo per confortevole mondo in cui vivono riguardi solo i giovani occidentali. E anche lo sputare nel piatto in cui pur assai piacevolmente si mangia è un attributo esclusivo della nostra civiltà. Forse che lo “spettro che s’aggira per l’Europa” è diventato “un mare di letame ci sommergerà”?
Tornando alla domanda “è nato prima il pubblico di merda o gli autori che producono merda” non ho dubbi. Come la moneta buona scaccia quella cattiva, così la responsabilità della produzione, promozione, distribuzione di letame riguarda le élite. Quando vellicano i più triviali sentimenti trasformando il “popolare” in populistico; quando perseguono la semplificazione in luogo della semplicità; quando spacciano letame truccato da cioccolata di cui il pubblico reso avvezzo non può più fare a meno; da quando la scuola “riformata” è diventata il diplomificio che produce analfabeti di andata.
Ma cos’è quest’élite? È il calzolaio che ripara a regola d’arte la scarpa bucata; è il vigile che sta in strada; è il giornalista che verifica la notizia; è l’autore di talk-show che rende comprensibili argomenti difficili; è l’insegnante che insegna e valuta; è chi evita di esprimere un parere su ciò che non conosce. È chiunque abbia l’ardire di essere inattuale.
