La Russia eterna

By on Mag 11, 2026 in Contemporaneità

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Non è davvero il caso di commentare le scelte di Pietrangelo Buttafuoco, attuale Presidente della Biennale di Venezia; il Frankfurter Allgemeine Zeitung lo dipinge come “un intellettuale versatile, un anarchico di destra che è riuscito a mettersi contro quasi tutti, tranne Putin e Matteo Salvini” (devo la citazione a “Anteprima” di Giorgio Dell’Arti: abbonatevi, è bellissima). Contro gli “anarchici di destra” (Celine, Malaparte?) non c’è partita, si perde sempre. Tuttavia le sue scelte (neo-dannunziane, tardo-fiumane, post-situazioniste?) mi costringono a pensare alla Russia, al più disgraziato dei paesi asiatici che vorrebbe tanto diventare europeo, e non riuscendoci cova il rancore dell’innamorato vergognosamente respinto.

 La Russia. Fateci caso, nonostante tutto quello che Putin fa (e pure quello che non fa) la Russia continua stazionare nella coscienza delle persone a un livello assai confortevole. Se anche non è il luogo (fisico e mentale) dove gli italiani desidererebbero vivere, la Russia sta là e noi stiamo qua; e che male ci fa a noi la Russia, noi che vogliamo solo il gas per scaldarci d’inverno, vendergli mobiletti dorati e qualche altra cianfrusaglia, e poi farci gli affari nostri il resto dell’anno?

Quest’idea di Russia potenza benevola come l’orso dei cartoni animati è dura a morire come la storia degli “italiani brava gente”. (Gli italiani non sono, non sono stati mai, “brava gente”: chiedere ai gasati in Abissinia, ai civili ammazzati Jugoslavia, agli ebrei consegnati ai forni da solerti italiche spie). No, la Russia non è l’orso un po’ scemo dei cartoni di Masha, e neppure il compagno di banco grande e grosso e un po’ ciula che ha tirato l’Europa fuori dai guai che essa medesima aveva creato.

Neppure i russi di genio, quelli che hanno masticato il pane sovietico, si salvano dall’equivoco. Secondo Brodskij “per il Novecento, quello che è accaduto nell’Ottocento ha poca importanza. È una realtà completamente diversa. Achmatova una volta disse una cosa sorprendente: «Dostoevskij non conosceva tutta la verità. Sosteneva che se tu avessi ucciso una vecchia usuraia, avresti avuto i rimorsi di coscienza per tutta la vita, poi l’avresti confessato e ti avrebbero spedito in Siberia. Noi invece sappiamo che è possibile uccidere dieci-quindici persone a mattina, e la sera tornare a casa e sgridare la moglie perché ha una brutta acconciatura”.

Capito? Anche Brodskij, anche la Achmatova, la più grande poetessa russa, cadono nell’equivoco; non avvertono come il carattere russo agisca senza soluzione di continuità tra un secolo e l’altro, un regime e l’altro; sicchè il Novecento russo altro non è che la prosecuzione dell’Ottocento, per di più con mezzi infinitamente più efficaci e pervasivi. Uno su tutti: l’ideologia dell’uomo nuovo. Altro che “una realtà completamente diversa”.

A discolpa di entrambi il fatto che con buona probabilità non hanno potuto leggere le “Lettres de Russie. La Russie en 1839” di Astolphe de Custine, “il libro più intelligente che sia stato scritto sulla Russia da uno straniero” secondo Aleksandr Herzen, libro messo all’indice dallo zar Nicola I, ripubblicato e nuovamente tolto dalla circolazione dai bolscevichi.

Astolphe-Louis-Léonor, Marchese di Custine, scrittore, viaggiatore, omosessuale dichiarato, si reca in Russia “per cercare argomenti contro il governo rappresentativo”. Rimane talmente colpito dagli abusi della dispotica autocrazia russa e dalla sua inefficiente burocrazia al punto di scrivere “i russi sono uomini orientali, avvezzi a respirare l’incenso più greve e a dispensarlo. Sono sempre convinti di essere credibili allorché si lodano a vicenda. Gente convinta di essere nel giusto anche quando compiono le peggiori efferatezze”.

“Qui l’assassinio calcolato si esegue secondo un ritmo; uomini danno la morte ad altri uomini militarmente, religiosamente, senza collera, senza emozione, senza parole, con una calma più agghiacciante che il delirio dell’odio” scrive de Coustine. Che così prosegue: “Si scontrano, si abbattono, si schiacciano, passano gli uni sul corpo degli altri come fossero meccanismi che girano regolari attorno a un perno. Questa impassibilità fisica nel bel mezzo degli atti più violenti, questa audacia mostruosa nel concepirli, questa freddezza nel mandarli a effetto, questo silenzio del furore, questo fanatismo muto è, se così si può dire, il crimine perpetrato in coscienza. Un certo ordine contro natura governa, in questo sorprendente paese, gli eccessi più inauditi: la tirannide e la ribellione seguono una cadenza e avanzano l’una sul passo dell’altra».

“Il crimine perpetrato in coscienza”: quale altro scrittore novecentesco ha dato forma a questi stessi terribili pensieri? Viktor Šklovskij nel 1922, Vasilij Grossman nel 1959, Nadežda Mandel’štam negli anni ’60? La Russia eterna non cambia mai.

Tornando a Pietrangelo Buttafuoco, immagino che discutere con un “anarchico di destra” possa essere divertente, magari persino molto divertente. Dubito tuttavia che una volta sopito il piacere retorico della tenzone resti sul terreno qualcosa di buono e di utile. Come direbbe Sinner, competere ha senso solo se ti fa diventare una persona migliore.