Non avevo letto quasi nulla di Raboni critico. Conoscevo solo il poeta e il traduttore della Recherche, quasi nulla del critico letterario, cinematografico teatrale e televisivo. La ragione, banale e insieme semplicissima, è che Giovanni Raboni ha svolto quest’impresa (per certi aspetti titanica: più di 4000 recensioni in oltre quarant’anni di attività) scrivendo per testate che non erano le mie: Avvenire, Europeo, Corriere della Sera. Sono (anche in questo caso) debitore a Matteo Marchesini. Di Raboni critico militante ne ha parlato nei giorni scorsi sulla sua pagina Substack recensendo “Meglio star zitti? Scritti militanti su letteratura, cinema, teatro”, Oscar Mondadori.
Il volume raccoglie gli scritti pubblicati nel periodo che va dal 1964 al 2004. Un arco temporale ridotto se considerato dal punto di vista meramente numerico, vastissimo alla luce della radicale trasformazione del nostro paese. Pensate, la prima recensione che troviamo nel volume è dedicata a “Festa mobile” di Hemingway, la quarta a “C’era una volta il West” di Sergio Leone uscito nell’ormai lontanissimo 1968.
Perché è nell’ordine: a) utile b) stimolante c) corroborante d) sbalorditivo leggere Raboni critico? Non certo per le ragioni addotte dal curatore; nelle pagine dell’introduzione insiste a sostenere la tesi dell’utilizzo da parte di Raboni dei ferri del mestiere forniti dalla fenomenologia, arte imparata nella scuola milanese di Paci seguace di Husserl. A mio avviso l’arte di ascoltare i testi (il “far apparire l’oggetto”) mi pare una prerogativa squisitamente soggettiva, un dono come l’orecchio assoluto dei musicisti, affinato da una lunga pratica di lettura e di studio che va sotto il nome di comparatistica; non un metodo che si apprende dunque, ma uno stile di lettura analitica che è parte integrante del singolo individuo: qualcosa simile a un dono degli dèi che il predestinato ha il dovere (e il piacere) di potenziare e preservare nel tempo.
Perché leggere Raboni è corroborante e liberatorio? Raboni è innanzitutto il critico della chiarezza e della leggibilità. Se una determinata cosa non gli piace, se una scrittura gli pare affatturata e non vera, se il tal scrittore gli pare un banale produttore di ancor più banali prodotti commerciali, quelli che il mercato richiede, non si limita a dirlo: lo spiega. Con il coraggio di chi non teme di farsi nuovi nemici o di irritare uffici stampa e direttori editoriali, con la consapevolezza di chi sa che la guerra per la qualità è comunque perduta, che il sintagma “cavallo geniale” a cui allude Musil nelle pagine dell’”Uomo senza qualità” segna l’inquinamento irreversibile della capacità di riconoscere il bello dal brutto, l’autentico dall’artefatto, la vita vera (le emozioni, i sentimenti, le passioni vere) dal cellophane che le avvolge.
Nelle 419 pagine che compongono questo piccolo straordinario libretto le stroncature piovono come grandine nel ciel sereno: la critica di Raboni colpisce le opere, mai (o quasi mai) la persona; non c’è astio, aggressività e men che meno insulto. Stroncare a ragion veduta (stroncare portando le prove) è un’altra delle molte arti che abbiamo perduto e che il maldetto amichettismo di una recensione a te, una comparsata a me, un soffiettone a entrambi e una raccomandazione a tutte (tutti) e tre non si nega più a nessuno. Beninteso neppure ai trapassati a miglior vita. Stroncare spiegando “perché” è innanzitutto un intervento educativo. (Domanda di controllo: qual è l’ultima stroncatura di romanzo, allestimento museale, film, arredo urbano etc. etc in cui vi siete imbattuti?).
Infine, leggere Raboni è corroborante e liberatorio perché ti aiuta a sottrarti dalla timidezza. Quella santa benedetta umiltà intellettuale che troppo spesso ci trattiene dal manifestare il nostro disappunto per film, saggi, romanzi, canzonette, di inarrivabile banalità. L’obiezione è sempre la stessa: ma come, come puoi giudicare se non l’hai ancora visto, letto, ascoltato? Dobbiamo rendere grazie a Raboni per averci aiutato a ripetere, di nuovo come se fosse la prima volta, che Cioran è il falsario di sé stesso, il ripetitore seriale dello stesso aforisma nichilista, che la povera Tamaro è la regina delle banalità, che forse persino Borges (il grande, l’incensato, l’intoccabile Borges) tanto grande poi non è; che Eco è un produttore di romanzi finti; che il capolavoro (i capolavori) sono più rari dell’Araba Fenice. Che la pubblicità (tutta, sempre, in tutte le sue forme e manifestazioni) non ha nulla a che vedere con la reale qualità del prodotto culturale.
Leggere Raboni critico. Ogni recensione occupa più o meno una paginetta e mezza. Ogni recensione suscita una riflessione, una discussione fra sé e sé, a volte persino un litigio interiore. Come Raboni riesca a concentrare in così poco spazio discorsi perfettamente compiuti è un mistero. Forse questa capacità gli deriva dalla poesia, la suprema arte della sintesi.
