Letture non facoltative

By on Nov 30, 2025 in Contemporaneità

 

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Ci sono cose che rimandiamo all’infinito pur sapendo che il nostro è un infinito di breve durata. Eppure viviamo nella convinzione di disporre di una quantità di tempo talmente grande da non poter essere calcolata. Sono le fantasie degli adolescenti (per loro il tempo è una variabile infinita) che ci trasciniamo sino alla vecchiaia. Vedrò, visiterò, ascolterò, leggerò, studierò… Bugie di ogni giorno.

È quel che accade alle “letture non facoltative”, le opere che contribuiscono alla formazione della persona che siamo e saremo. Molto presto, forse già nel corso dell’infanzia quando impariamo a leggere, iniziamo a riconoscere ciò che nutre la nostra mente consegnandoci alla fatica e al piacere di pensare; due cose – anche questo abbiamo imparato – non disgiungibili. Non solo. Molto spesso una “lettura non facoltativa” oltre all’impegno cognitivo ci impone anche un costo emotivo. Una palestra che abbiamo frequentato sin da piccoli: chi non ha provato sgomento quando Jo, la più coraggiosa, la più generosa, la più nobile delle “Piccole donne”, sacrifica la sua chioma per aiutare il padre malato? Chi, se non un cuore di coccodrillo, non ha versato lacrime di rabbia per le sventure di Oliver Twist? (Avevo quindici anni quando lessi “Per chi suona la campana”; ricordo che rifiutai le ultime pagine quando compresi che Robert si sarebbe sacrificato per salvare Maria e i compagni…).

Quando il caso o la necessità ci propongono la lettura di un’opera appartenente al genere “cose che dovrò prima a poi leggere ma non ora”, facciamo orecchie da mercante. Speriamo di farla franca rimandando ancora una volta un debito che prima o poi dovremo onorare. Il motivo non è la lazzaronaggine che pure sgavazza nella nostra mente, ma la cognizione della fatica e del dolore che quella lettura ci procurerà secondo la regola aurea del lettore maramaldo: il piacere è certo ma viene dopo, la fatica prima.

Una “lettura non facoltativa” che ho schivato per anni è “Modernità e Olocausto”. La prima edizione italiana è del 1992. Zygmunt Bauman era già allora un autore alla moda, non necessariamente letto – la qualcosa accade spesso agli autori di moda – ma citato con la felice assiduità che nel nostro paese si riserva alle opere riassumibili in uno slogan o addirittura in una sola parola. Così al sociologo polacco rifugiatosi nella ridente Leeds per sfuggire all’antisemitismo a Varsavia, è toccato in sorte lo stesso destino di Milan Kundera: diventare celebri senza necessariamente essere letti né tantomeno compresi. (Nota per i distratti: su Bauman incombe la maledizione dell’aggettivo liquido, il povero Kundera è invece gravato dalla leggerezza insostenibile).

Avevo letto le cose diciamo “più facili” di Bauman, i suoi studi sui legami liquidi di una società se non proprio liquefatta in via di scioglimento. Lavori di indiscutibile oggettività, affatto controintuitivi: la realtà, per chi voleva vederla, era sotto gli occhi. Ma mi ero – per stanchezza, per vigliaccheria o per entrambe le cose – tenuto alla larga dal Bauman che fa i conti con quello che definisce il “mondo di orrore e disumanità che raggiunse i più remoti angoli d’Europa”. Insomma, nonostante l’Olocausto fosse l’evento che più compiutamente riassume il Novecento, oltre che la cosa più folle e incomprensibile del così detto secolo breve e una delle mie fonti d’angoscia, cercavo di stare alla larga da una lettura che sapevo dolorosa. Ulteriore aggravante il non aver avvertito la portata risolutiva del lavoro di Bauman. Eppure, da che ho l’età della ragione mi sono chiesto come sia stato possibile l’impossibile, com’era accaduto che il paese più progredito d’Europa fosse precipitato nell’ abisso. Evidentemente non ero pronto per “Modernità e Olocausto”. Diciamo la cosa semplice e più vera: non ne avevo voglia; forse per stanchezza, forse si trattava di depressione per via del pantano di indifferenza, stupidità e cinismo che contraddistingue gli anni in cui ci è dato di vivere. Oppure, più banalmente nel 1992 ero troppo impegnato a campare, e le “letture non facoltative” più insistenti e inderogabili erano altre. Per nostra fortuna i libri hanno pazienza. Molta più di quanta ne abbiamo verso noi stessi. Così, grazie ad un articolo di Wlodek Goldkorn croccante e saporoso come un crostino toscano, “Modernità e Olocausto” è comparso sulla mia scrivania.

Scrive Bauman nella prefazione:Ovviamente, sapevo dell’Olocausto. Condividevo la mia immagine di esso con moltissimi altri della mia generazione e di quelle successive: un orribile crimine commesso dai malvagi contro gli innocenti. Un mondo diviso tra folli assassini e vittime indifese… Dopo aver letto il libro di Janina*, cominciai a rendermi conto di quante cose non sapessi, o piuttosto non considerassi nella giusta prospettiva. In me si fece strada l’idea di non aver capito ciò che era accaduto “nel mondo che non era mio”… Mi accorsi che l’Olocausto era… un evento tutt’altro che facile da comprendere in termini abituali e “ordinari”.

Anche io pensavo più o meno le cose che Bauman dichiara di aver pensato, le cose che più o meno pensano le persone per bene; ma per quanto oneste le persone e onesti i pensieri, ciò che pensavamo non aveva senso. Innanzitutto l’Olocausto non è una singolarità, ovvero “un punto o una situazione in cui le normali leggi o proprietà cessano di essere applicabili”; e neppure una spaventosa malattia sociale che ha gettato la Germania, la terra di Bach, Kant e Goethe, nell’abisso. Il lavoro di Bauman ribalta questa prospettiva e dimostra che l’Olocausto è inseparabile dalla modernità: non è un fenomeno concluso in sé e a sé stante. Di conseguenza è ingenuo pensare che la causa ultima sia da ricercare nel mefitico terreno dell’antigiudaismo europeo arato per secoli con voluttuosa assiduità. In “Modernità e Olocausto” Bauman mette in luce in modo indiscutibile come Olocausto sia il figlio spurio della ragione, della logica occidentale, in ultima istanza di quell’Illuminismo le cui promesse salvifiche si sono rivelate illusorie. Niente sconti, nessuna pietà nell’analisi di Bauman: attenzione ci dice, non solo è accaduto l’impensabile ma l’orrore potrebbe accadere ancora.

È la Modernità – scientifica, tecnologica, burocratica, organizzativa, logistica – ad aver reso possibile lo sterminio di milioni di persone, la cui sola colpa è far parte della razza inemendabile che impedisce ai popoli puri di sangue di ritrovare le certezze che la modernità ha spazzato via. Ebrei da sterminare con la precisione del giardiniere che assolve scrupolosamente il compito di eliminare le erbe infestanti. (Quella del giardiniere è una metafora che torna spesso nel lavoro di Bauman.i ricorda i guasti di chi – da Rousseau a Lenin, da Stalin a Hitler – sogna di creare l’uomo nuovo e di “raddrizzare il legno storto dell’umanità”).

Come tutte le opere che costringono a pensare, “Modernità e Olocausto” non è una passeggiata di salute. (Sento già i rimproveri di chi mi fa notare come siano disponibili un sacco di letture fonte di piacere oltre che di pensiero. Hanno ragione. Il “Circolo Pickwick”, la prima cosa che mi viene in mente, è spassoso oltre che nutriente e senza dubbio appartiene al novero delle letture “non facoltativa”. Purtroppo, temo non sia di grande aiuto a chi non ha perduto la voglia di comprendere il mondo in cui gli è capitato in sorte di vivere.

è una lettura particolarmente indicata a chi parla di genocidio con la facilità con cui si degusta una cedrata Tassoni. Facilità che accomuna il sempreverde Galimberti, il nostro filosofo di complemento preferito, all’untorello impegnato nell’assalto della Stampa. Anche questo, l’antisionismo colto che marcia a fianco del pro-pallismo analfabeta, temo sia frutto della modernità.

* Janina Bauman, moglie di Zygmunt Bauman, ha vissuto nel ghetto di Varsavia dal novembre del 1940 al gennaio del ’43. La sua testimonianza è raccolta nel libro “Inverno nel mattino”.