Lezioni di poesia.

By on Apr 24, 2023 in Letteratura

Ecco il caso di un libro di poesie che trova il suo lettore, afferma Iosif Brodskij a conclusione di “Un’immodesta proposta”, uno dei saggi raccolti in “Dolore e Ragione”. Partiamo da qui, dai giri strani che fanno i libri. Brodskij racconta che quando ancora viveva a Leningrado conobbe un tale che traduceva meravigliose poesie di Robert Frost in russo. Il traduttore gli mostrò il libro, la copertina segnata dall’impronta di uno scarpone e l’effigie STALAG#3B, timbro di uno dei campi per prigionieri alleati in Francia. Dopo aver compiuto un lungo viaggio il libro aveva trovato il suo lettore; e il lettore uno dei poeti preferiti. Vera oppure frutto d’invenzione, non so. Inutile dire che la seconda ipotesi mi pare molto più attraente. Questa storia Brodskij “poeta laureato” con le insegne del Nobel la racconta nel corso di una conferenza (ben retribuita, specifica lui) alla Library of Congress di Washington nel 1991. La riporto, spero non troppo maldestramente, per far comprendere di che pasta sia fatto.

Confesso. Conoscevo a mala pena Robert Frost. Trattandosi di un poeta tra i più importanti, significa che non lo conoscevo affatto. La poesia richiede infinitamente più tempo e più attenzione di qualsiasi altra lettura. E’ letteratura concentrata allo stato puro. Leggere una poesia come si legge una pagina di un romanzo, o come si affronta un saggio, ci da la garanzia che non comprenderemo nulla. Forse il solo sapore superficiale; neppure l’idea del suono: dal medioevo in poi abbiamo imparato a leggere in silenzio. Diciamo che poesia una volta letta, va riletta. Più volte. Possibilmente accompagnati. Presi per mano. Accuditi. E’ quel che fa Brodskij in “Dolore e Ragione”.

Intendiamoci: Brodskij è nato a Leningrado nel 1940. E’ sopravvissuto ai 900 giorni dell’assedio nazista, alla carestia, alle malattie, al freddo, alla disperazione. Poi ha dovuto imparare a sopravvivere alla violenza sovietica. Dico questo perché quando parlo di “accompagnamento” non intendo precisamente il garbo e la delicatezza di una fanciulla au pair. Brodskij è sarcastico sino alla ruvidezza, sicuro di sé e dei propri giudizi, diretto e deciso come chi – e come dargli torto? – conosce alla perfezione le cassette degli attrezzi e i tavoli da lavoro dei poeti. La poesia è ispirazione, certo; ma anche apprendistato, conoscenza, tecnica, mestiere. Brodskij non fa sconti: esprime semmai un sarcasmo tagliente quanto terapeutico. Non ci sono scorciatoie, vie di fuga. Neppure buoni sconto.

Forse solo i poeti possono insegnare (ci ho pensato abbastanza: credo non esista altro verbo) a leggere la poesia. Prendete “Came in” di Robert Frost. Scopro che era stata inviata quale sostegno morale alle truppe americane in Europa. La lettura di Brodskij, magistrale nella sua linearità, ci da alcune conferme sull’ingenuità delle burocrazie militari: il canto del tordo nel buio del bosco rammenta l’inevitabilità della morte.

Forse solo i poeti ci possono accompagnare nella lettura di altri poeti. Il mondo di Ovidio, Lucrezio, Virgilio e Properzio non è mai stato così vicino e così simile al nostro nella sua abissale distanza di secoli. In questo volume c’è anche Rilke, l’oscuro, complesso, intricato Rilke. Brodskij legge insieme a noi Orfeo. Euridice. Ermes (anche all’assenza del punto nel titolo dopo il nome del dio viene data ragione). Una lettura densa, tuttavia priva dei tecnicismi dei critici di professione. Il “suo” Rilke potrebbe tranquillamente essere letto in una terza media. Sì, avete letto bene: in una classe di preadolescenti guidata da un bravo insegnante. Sarebbe uno spettacolo ascoltare i ragazzi sul perché il mito è eterno e la sfida agli dèi preclude a un’inevitabile sconfitta.

“Il dolore e la ragione… pur essendo veleno l’uno per l’altra, sono il più efficace carburante del linguaggio – o, se volete – l’inchiostro indelebile della poesia” scrive ancora, commentando la terrificante “Home burial” di Frost. Mi sono tornate in mente queste parole – dolore e ragione – quando sono incappato in ciò che ogni lettore avveduto dovrebbe evitare come la peste. La biografia, anche solo il singolo elemento biografico, sono sempre sistematicamente causa di tristezza. E’ doloroso scoprire le manchevolezze (peggio: le piccinerie) umane di un autore che si è imparato ad amare (sì, come la poesia, si impara anche l’amore). Un’avvertenza che, ripeto, vale solo per il semplice lettore: lo specialista inevitabilmente dovrà frugare anche nella spazzatura. Solo in un paio di fortunate occasioni ho evitato l’amarezza della delusione. Una di queste riguarda le biografie dedicate a Wisława Szymborska. Ci restituiscono in modo accurato una persona forse ancor più deliziosa delle sue opere, al punto di invidiare il fortunato Michał Rusinek, per lunghi anni segretario della poetessa.

Tuttavia, inevitabilmente, anche i poeti sono esseri umani. L’evento che mi ha fatto dubitare di Brodskij riguarda – tanto per cambiare – l’Ucraina. Per quanto possa apparire incredibile, persino lui – la vittima, il perseguitato, l’esule – indulge ad atteggiamenti da “grande russo” nei confronti di quella che l’Impero continua a considerare una colonia. Persino lui, vittima del sovietismo, si comporta nel più sovietico dei modi: lo scherno, la violenza, il dileggio. Inutile dire che essendo in ogni caso un poeta, anche in questa circostanza la volgarità Brodskij si esprime in versi.

Scrive in proposito Adriano Sofri:Brodsky scrisse (in russo) una poesia intitolata appunto Sull’indipendenza dell’Ucraina”, che suonava come uno sferzante attacco e, nelle sue stesse parole, una provocazione. Ma la tenne per sé, salva una lettura a Palo Alto nel 1992, di fronte a un vasto uditorio nella Comunità ebraica, ripetuta poi a New York, al Queen’s College, nel 1994. Brodsky non volle mai che venisse pubblicata, e il testo, che circolò di mano in mano, fu ritenuto da molti apocrifo, soprattutto per la virulenza compiaciuta del tono e del lessico – “sputare nel Dnipro”… – finché qualcuno pubblicò il video e la registrazione della sua lettura. Da allora, torrenti di inchiostro si sono versati, sul tema della condivisione di un imperialismo russo culturale e soprattutto linguistico da parte di Brodsky: un paradosso, per un ebreo, messo in galera dal regime sovietico come parassita sociale, esiliato e diventato scrittore e poeta in un’altra lingua, l’inglese…”. Se vi interessa la “poesia provocatoria” (e l’articolo di Sofri) la trovate qui.

Stavo per chiudere il file scordando di raccontare come il libro di Brodskij abbia trovato me. Per mia fortuna, una storia infinitamente più banale. Niente campi di prigionia e neppure orme di stivali militari. Le mail dell’Adelphi mi aggiornano sulle novità, tra le quali anche “Dolore e ragione” in edizione economica. Non esattamente quello che provocatoriamente auspicava il poeta russo – edizioni di poesia a due dollari al volume tirate in milioni di copie – ma insomma; non è un mistero che i libri costano anche perché costa parecchio farli bene. Inutile poi sofisticare sul supporto: il libro è quella cosa che puoi tenere in mano in (quasi) qualunque luogo e situazione; e soprattutto puoi annotare con la matita.

Ma forse la vera ragione della limitata circolazione dei libri è un’altra. “Nell’ambito culturale” – sostiene Brodskij – “non è la domanda a creare l’offerta: è tutto il contrario. Leggiamo Dante perché ha scritto la Divina Commedia, non perché abbiamo sentito il bisogno di Dante”. Che la terra di Venezia dove riposa gli sia lieve.

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