L’isola dei sognatori

By on Ott 15, 2026 in Contemporaneità

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L’idea di progresso è una fesseria, una delle tante utopie incenerite dal fuoco e dal ferro del Novecento? Pare una domanda da “Osteria del Sessantotto”, questione lontana mille miglia dalle fatiche di un quotidiano deludente al punto da ammazzare ogni ottimismo e ogni volontà da apparire lusso di chi non ha problemi contingenti. Mi pongo queste domande perché ho sempre avuto il pallino del progresso e non mi sono mai rassegnato all’idea che anche “l’idea di progresso” altro non fosse che l’ennesimo inganno della cultura occidentale vittima della razionalità tecnologico-scientifica.

L’ultimo numero della rivista “MicroMega” è dedicato al progresso. Ho copia/incollato sulla mia pagina FB il prologo della direttrice Cinzia Sciuto. Tra molte altre cose afferma: “senza una categoria comparativa e orientativa come quella di progresso, su quale base potremmo mai valutare se le condizioni di vita sono migliori o peggiori? E lo sforzo di qualunque forza di sinistra (o, appunto, progressista) non è esattamente quello di adoperarsi per migliorare le condizioni di vita della più ampia fetta di popolazione possibile?”.

Dunque la domanda “apriti Sesamo” sono le condizioni di vita. Le nostre sono migliori o peggiori rispetto a dieci, venti o trenta anni fa? E per quanto riguarda il futuro cosa è si può fare per migliorarle? Riguardo al primo quesito penso sarebbe utile conoscere la risposta di che ci sta più vicino, se non altro per tentare di comprendere se e come la loro vita è mutata negli ultimi vent’anni; e viceversa se a mutare è invece la percezione che si ha delle cose.

Il così detto “percepito” fa brutti scherzi. Prendiamo ad esempio il tema della sicurezza. I dati statistici indicano che i reati (tutte le tipologie di reato) sono in diminuzione, e anzi che l’Italia e la città di Milano sono tra i luoghi più sicuri al mondo, eppure i numeri non bastano a convincere. Questo sia perché vende di più la paura, sia perché informarsi e parlare a ragion veduta richiede una fatica che la gente non è disposta a compiere.

(Per quanto riguarda l’insieme del pianeta – “sta maglio o peggio”? – forse la cosa più saggia è consultare Steven Pinker. Lo studioso americano, psicologo cognitivo all’Università di Harvard, sostiene che l’umanità sta progressivamente meglio. Lo dimostra attraverso un approccio basato sui dati statistici (definito “ottimismo guidato dai dati”). Secondo Pinker, nonostante i media siano impegnati a informarci quasi esclusivamente delle catastrofi, le curve storiche a lungo termine indicano un netto miglioramento della condizione umana globale).

Ma torniamo al concetto di progresso e alla responsabilità di chi si definisce progressista ovvero migliorare le condizioni di vita del più grande numero di persone possibile. Parlare di progresso e magari pure definirsi ottimisti non è di moda. Non lo è da un pezzo. Di norma l’ottimista-progressista viene trattato alla stregua di ingenuo sognatore, persona poco avvezza al costume che lo star nel mondo impone; nel peggiore è un imbecille le cui parole sono solo perdita di tempo. È probabile che sia così: viviamo circondati da persone che praticano pur senza saperlo la Patafisica, la scienza delle soluzioni immaginarie. Tuttavia il mondo per progredire ha sempre avuto bisogno di sognatori (non sempre e non necessariamente ingenui) per “andare avanti” invece che indietro, per percorre un pezzo della strada aggrovigliata e tortuosa come le circonvoluzioni del cervello che dal meno conduce al più: più benessere diffuso, più eguaglianza, più libertà, più civiltà nei comportamenti, più rispetto per la vita in tutte le sue forme e accezioni.

Ora essendo un poveretto già in difficoltà per operazioni che vanno al di là del pur complesso 2+2, non ho idea da dove iniziare a progettare una seria politica progressista; se da un nuovo piano casa stile Fanfani, come ha ricordato la signora Salis nell’intervista concessa a Fazio Fabio, piuttosto che da incentivi alla natalità o investimenti mirati su nucleare e fonti rinnovabili. Parafrasando Edoardo Bennato (“Non potrò mai diventare /Direttore generale / Delle poste o delle ferrovie / Non potrò mai far carriera/Nel giornale della sera /Anche perché finirei in galera”) le mie sono solo madeleine, e il massimo a cui ambiscono è suscitare un sorriso di avversa allegria. La sola cosa che quindi posso suggerire è di tornare al 1941, l’anno in cui fu redatto il “Manifesto di Ventotene”. Il documento, il titolo originale è “Per un’Europa libera e unita”, venne scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi durante il confino e fu pubblicato clandestinamente da Colorni il 22 gennaio 1944 a Roma.

Spinelli, Rossi, Colorni. Tre fior di utopisti che già nel ’41 quando la Germania nazista sembrava invincibile avevano capito che l’unico vero modo di essere antifascisti era pensare da europei e battersi per costruire una federazione “dotata di un parlamento e di un governo democratico con poteri reali in alcuni settori fondamentali, come economia e politica estera”.

I fatti di oggi, la divisione del mondo in tre aree d’influenza di cui una è una dittatura post-imperiale, la seconda una tirannia asiatica e la terza una democrazia malata di suprematismo bianco, trasformano l’utopia di Ventotene in un traguardo immediato che non è più possibile procrastinare né illanguidire in maneggi nazionalistici. Semplicemente, o si fa l’Europa o ci si consegna a una marginalità prima politica e poi inevitabilmente economica e sociale. Anche senza scomodare maghi e indovini, è facile prevedere che sarà la terra dove tutto è nato – arte, filosofia, politica, scienza – diventerà un museo a cielo aperto. Con buona pace di ogni idea di progresso e con essa di miglioramento delle condizioni di vita “della più ampia fetta di popolazione possibile”.