Qui a Mosca noi facciamo così

By on Feb 18, 2026 in Letteratura

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Sono sempre stato alla larga da Svjatlana Aljaksandraŭna Aleksievič. Non tanto e non solo per la diffidenza che il Nobel mi ispira. Non sapevo quasi nulla di lei, se non che le sue inchieste giornalistiche avessero toccato il nervo scopertissimo di Aljaksandr Ryhoravič Lukašėnka, più noto come Lukašenko, l’uomo che dal 1994 regge con mani di pietra le sorti post-sovietiche della Bielorussia.

Sono un’anima vile. Dopo l’immersione nelle cime abissali di “Vita e destino” di Vasilij Grossman avevo deciso che bastava così e che della Aleksievič potevo fare a meno. (Un inatteso sostegno alla mia tesi giunge da Vladimir Nabokov. Nelle “Lezioni di letteratura” tra le molte altre cose il più grande scrittore russo in lingua inglese afferma: “Non dovremmo mai dimenticare che l’opera d’arte è sempre la creazione di un mondo nuovo, e che la prima cosa da fare sarebbe studiare quel mondo nuovo nel modo più circostanziato possibile, accostandoci come a una cosa per noi del tutto nuova, che non ha alcun rapporto scontato con i mondi che già conosciamo”). Del “mondo nuovo” di Svjatlana Aleksievič – che è poi lo stesso della Politkovskaja e di ogni altro testimone intellettualmente onesto dell’universo sovietico – non ne potevo più. Sono solo un lettore, nient’altro che un lettore. Non ne posso più di disumanità, ferocia, dolore.

A volte è sufficiente camminare lungo una via poco praticata per imbattersi in una libreria. Quella che ho incontrato l’altro giorno pur semivuota vanta un numero sbalorditivo di vetrine. In una di esse campeggia un titolo totalmente al di fuori dai mei radar: “Perché l’Occidente odia la Russia”. L’autore è tal Hauke Ritz; l’editore Fazi – quello degli indimenticati “Cento colpi di spazzola prima di andare a dormire” – la prefazione la firma nientepopodimeno che Luciano Canfora. Tornato a casa ho fatto del mio meglio per saperne di più, ma la sinossi dell’editore mi ha impedito di proseguire oltre. Non occorre essere sempre e necessariamente “lector in fabula”, a volte bastano poche righe per avvertire l’inequivocabile sentore di letamaio. Se le menzogne spudorate vi attraggono come sublimi forme d’arte, se l’assenza di rispetto per la realtà storica sono il vostro assenzio, se il vostro odio per la civiltà liberale è incontenibile come l’acne giovanile, “Perché l’Occidente odia la Russia” fa per voi.

E qui, superata la nausea, fa finalmente la sua comparsa l’Aleksievič – spero non l’abbiate scordata – la scrittrice che ci eravamo ripromessi di non leggere. La colpa come al solito è della solita Adelphi che mi tenta con gli sconti di febbraio. A tutto resisto, consumatore temprato ad ogni battaglia dell’acquisto, fuorché allo sconto sui libri e sui vini: mi fa sentire protagonista di un “bargain” favoloso. (Nota a margine che non c’entra niente con questa storia: adoro la parola “bargain”, mi dà l’idea di un comitato d’affari trumpiano che si frega le mani stile Uriah Heep). Scorro a video il catalogo e d’un tratto mi compare quest’operina della Svjatlana ospitata nella collana “Microgrammi”. Ammesso che non lo sappiate, dovete sapere che di microgrammi letteralmente si tratta, chè stiamo parlando di libretti di una cinquantina di pagine formato 10×15 cm. Se si tratta di dolore – penso – sarà un dolore piccolo e facilmente addomesticabile. Così ho ordinato oltre al resto pure “Una battaglia persa”.

A Svjatlana – la chiamo per nome: sono bastate poche pagine per provare anche per lei i sentimenti di amicizia, di affinità e vicinanza che mi generano i russi ogni qual volta hanno il coraggio di ribellarsi al padrone di turno con lo knut – ascolta le parole, le frasi, le esclamazioni della gente; e ascoltando pensa a quanti romanzi scompaiono senza lasciare traccia. Ascolta, registra, riflette e trascrive. Sicché le sono sufficienti 42 minuscole pagine per distillare l’essenza dell’essere russo. “Non saremo noi – riporta nei suo ascoltare – a vedere generazioni che non conoscono la verga. L’uomo russo non la capisce, la libertà; vuole i cosacchi e la frusta”. E ancora: “La vita in Russia dev’essere brutta e squallida perché così l’anima si eleva, comprende di non appartenere a questo mondo…”. E conclude: “Mi azzardo a dire che negli anni Novanta ce la siamo giocata, l’occasione che ci veniva offerta. Alla domanda: «Vogliamo essere un paese forte o un paese degno, in cui si viva bene? », abbiamo scelto la prima opzione: vogliamo essere un paese forte. Siamo tornati al tempo della forza. I russi fanno la guerra agli ucraini. Ai loro fratelli. Mio padre è bielorusso, mia madre ucraina. E questo vale per molta altra gente. In questi stessi giorni gli aerei russi bombardano la Siria… Il tempo della speranza è stato scalzato dal tempo della paura. È tempo riavvolto all’indietro… È tempo di seconda mano…”.

Ritorno a “Perché l’Occidente odia la Russia”. Non mi stupisce che si pubblichino libri dove la miseria morale fa a gara con la menzogna. È dai tempi dei “Protocolli dei Savi di Sion” che la propaganda antisemita e anti-occidentale lavora per contrastare ogni speranza liberale; ciò che mi addolora e di cui non so capacitarmi è la vista di un anziano e autorevole studioso della democrazia ateniese impegnato a firmarne la prefazione. Possibile che il professor Canfora abbia scordato il “Discorso agli Ateniesi” di Pericle? (“La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo. Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo. Qui ad Atene noi facciamo così”).

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Leggete, vi prego, “Una battaglia persa”. Sborsando solo 5 miseri euro vi consentirà di comprendere affermazioni altrimenti inspiegabili come questa: “Noi possediamo il genio di tutti i popoli e abbiamo anche il nostro; quindi possiamo capire voi mentre voi non potete capire noi” (Fedor Dostoevskij).