Se molte sono le cose che testimoniano il passare del tempo – gli spazi misurati dagli occhi del bambino, le fogge degli abiti, le parole alla moda – nessuna come il libro rivela le trasformazioni che abbiamo attraversato. Come i contatori Geiger annunciano col loro ticchettio la presenza di radiazioni ionizzanti, così la rilettura di un libro segnala in modo discreto e al tempo stesso inappellabile la distanza che ci separa dalla persona che eravamo venti, trenta o cinquant’anni prima.
Ho scritto genericamente libro. In realtà avrei dovuto specificare romanzo o più genericamente opera di finzione. Mentre nella rilettura di un saggio si attiva il capitale di conoscenza accumulato, e questi lavora come una leva che ci consente di conquistare profondità che un tempo ci erano interdette, con il romanzo l’esperienza è immediatamente emotiva: le pagine che credevamo di conoscere ci mostrano un volto sconosciuto. Eppure la pagina che leggiamo è ostinatamente la stessa, e quelli che mutano siamo noi.
Una premessa per entrare nel merito della rilettura del “Lamento di Portnoy”. Com’è noto il romanzo che decretò il successo mondiale di Roth nella nuova edizione ha mantenuto solo il cognome. Il mutamento di titolo non è una novità. Nell’edizione dei Meridiani Mondadori la “Montagna” da “incantata” è divenuta “magica”. Ma mentre l’operazione mondadoriana è filologicamente irreprensibile (Der Zauberberg significa appunto magica e non incantata, quindi incantatrice in sé) quella messa in atto da Adelphi lascia a desiderare sin dalla copertina. L’editore, oltre a cambiare il titolo, ha scelto un’immagine tratta dal fumetto Li’l Abner un mondo agli antipodi della New York ebraica del protagonista (La serie, ambientata nella comunità degli hillbillies – i contadini della regione dei monti Appalachi che negli Stati Uniti rappresentano lo stereotipo del villico stupido e incolto – narra le semplici vicende della famiglia di Abner, ritratte con simpatia a rappresentare un mondo idilliaco e piacevole, o in modo derisorio alle spalle dei contadini protagonisti, evidenziandone i difetti. Spesso le vicende citano i fatti politici contemporanei alle date di pubblicazione, satireggiando i personaggi e mostrando in particolare politici e gente di città come intriganti e imbroglioni, contrapposti ai buoni contadini. Le vicende sono solitamente ambientate nel villaggio di Dogpatch, della cui comunità fanno parte il giovane Abner Yokum, detto Li’l Abner, e i suoi anziani genitori. Nella versione italiana i personaggi di Dogpatch parlano un italiano sgrammaticato, derivato dal miscuglio di vari dialetti dell’italia settentrionale, creato dall’inventivo traduttore Ranieri Carano.)
Poiché non sono in grado di valutare la nuova traduzione (la mia conoscenza dell’inglese varia da “vergognoso” a “sparisca, sgorbio”) ho preso la mia vecchia copia e in onore del buon vecchio Alex l’ho eletta “lettura nel bagno della settimana”.
I guai sono iniziati sin dalle prime pagine. Dov’era finito lo stile inaudito che aveva strabiliato i miei inconsapevoli diciotto anni? Che fine aveva fatto la progressione strabiliante con cui Roth descrive l’inesausto onanismo di Alex? E perché tutto a iniziare dai dialoghi mi pareva tratto da una sceneggiatura alla Woody Allen, compresa l’immagine della grande madre ebraica che incombe nel cielo di New York? Come era accaduto che la scoppiettante parodia della famigliola aschenazita trapiantata in America d’un tratto mi apparisse logora e sdata come le battute di un comico fuori moda? Insomma, chi si era permesso di rubarmi il mio Roth e la mia (tardiva e prolungata) adolescenza?
Forse – è la risposta che mi sono dato – la causa è da ricercarsi nel lavoro del tempo. Sono trascorsi cinquantacinque anni da allora. E da allora quanto Mann, quanto Musil, quanto Joyce e quanto Proust sono passati sotto i proverbiali ponti. E quanto Roth, mi viene da aggiungere. “Nemesi”, l’ultimo che ha scritto e l’ultimo che ho letto, mi è parso un capolavoro: una vicenda contemporanea degna di una tragedia greca che diventa il pretesto per narrare il dramma dell’impotenza umana.
Non so darmi spiegazione, ammesso che spiegazione ci sia. Sto rileggendo la “Montagna” divenuta “magica” e tutto, a partire dalla luminosa introduzione dello studioso tedesco Michael Neumann, mi appare nuovo e sorprendente, e pure perfettamente noto e familiare. Forse la spiegazione sta nel fatto che Proust è l’autore di un solo libro; e Mann dai Buddenbrook in avanti ha raggiunto la vetta della sua maturità parodistica (dalla quale non è più sceso di un centimetro) mentre la bellezza (e la grandezza) di Roth stanno nella progressione e discontinuità. O forse, e più semplicemente, sono un pessimo lettore, incapace di tenere insieme mondi e scritture così diverse e così lontane.