Adesso è nuovamente il numero uno e la gazzarra pare chetata. Poi, quando per via dell’astrusa aritmetica dell’ATP riperderà la primazia, le penne più acuminate della melonera riprenderanno la tarantella su Sinner, l’italiano reticente. Diciamo che dipende anche dallo stock di notizie notiziabili disponibili (com’era le chiamavano le P.R. milanesi una decina di anni fa). Stiamo parlando di Cazzullo, Vespa, Augias, mica pizza e fichi. Tutta gente che pur non sapendo una beata minchia di tennis sdottora, commenta, giudica, condanna: non gioca la Davis, non è italiano, non è patriota, non paga le tasse (in Italia).
La cosa sarebbe tutto sommato insignificante. Sparano cazzate su Sinner? Basta non leggerli, non ascoltarli, cambiare canale. Proprio come si fa quando sullo schermo appare Cacciari, quando a Barbero vengono poste questioni che esulano il Medioevo, quando Fazio – restando sempre in tema di spettacoli di varietà – duetta con lo spettro di Ornella Vanoni. Purtroppo il guaio del giornalismo italiano non riguarda solo l’intrattenimento spacciato per informazione. Il guaio, ingombrante come una balenottera azzurra nella vasca da bagno, è quando le notizie sono più finte di uno sputo di plastica. Succede. Succede spesso. Molto più spesso di quanto non si creda.
L’ultima balena nella vasca è di qualche giorno fa. Ne sono venuto a conoscenza grazie a “Sinistra per Israele. Due Popoli due Stati”. La storia è questa: autorevoli giornali italiani hanno pubblicato sui loro siti che “465 coloni avrebbero lanciato un assalto alla Moschea di al-Aqsa situata sulla Montagna del Tempio”. Strano, nessun giornale israeliano riportava la notizia. Una semplice indagine consentiva di scoprire che la notizia era stata diffusa dall’Ansa. L’aveva ripresa senza verificarla dall’agenzia palestinese Wafa. “Non c’era stato alcun assalto, ma una tranquilla visita guidata di qualche decina di israeliani sul Monte del Tempio”. (il Corriere ha diffuso un filmato dell’evento).
E per concludere in bellezza, dopo il giornalismo non so- di-cosa-parlo ma ne parlo lo stesso, dopo gli specialisti della notizia falsa spacciata per vera, il nostro piccolo mondo antico eccelle nell’arte del coccodrillo, quel genere di specialità biografico-giornalistica che si prepara per tempo come il vitello tonnato e si serve a cadavere caldo. Fateci caso: quando uno ha la fortuna di crepare nel Belpaese anche se in vita era stortignaccolo, tormentato dalla forfora (da bambino faceva la neve sopra il trenino elettrico) i racconti coccodrilleschi ce lo dipingono giovane, bello e ardito come gli arditi di dannunziana memoria. È quello che (puntualmente) è successo a Giorgio Forattini. Che, beninteso, non era stortignaccolo e la sua chioma fu splendida e fluente sino in tardissima età. Purtroppo, sia gli amici che non si perdono un cadavere su Facebook cascasse il mondo, sia il magico mondo del giornalismo hanno celebrato il suo indubbio talento scordando di menzionare la sua altrettanto indubbia volgarità intellettuale e la sua verve bagaglinesca, come qualcuno assai più autorevole di me ha definito il suo tratto. Per quel che mi riguarda, da bravo lettore di Repubblica che ero, ho apprezzato comunque il suo lavoro. Coglieva nel segno e mi faceva pure ridere. Sino a quando un vizio che lo accomuna a molti italiani venne alla luce. È una malattia contagiosa per nulla rara, che pure in parecchi non sanno di avere. Si chiama antisemitismo.


