Riflessioni dopo un tentato assassinio

By on Mag 30, 2024 in Contemporaneità, Letteratura

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Dove si parla dell’aggressione subita da Rusdhie, della fatwa promulgata da Khomeyni e di quanto sia vile il mondo Occidentale

Quello Salman Rusdhie temeva è accaduto. Non l’aggressione conseguenza della fatwa, ma l’essere diventato come dice lui stesso “celebre non tanto per i miei libri, quanto per i guai che mi sono capitati”. Mi spiace, ma è esattamente questo il motivo per cui ho letto “Knife. Meditazioni dopo un tentato assassinio”.

Dei suoi romanzi non mi sono mai interessato. Rusdhie è autore di narrativa ambientata prevalentemente nel continente indiano e viene apparentato alla corrente del realismo magico; dopo la sbornia sudamericana, dopo le vette raggiunte da Marquez, la parola mi fa venire un attacco di rosolia. Per quanto riguarda l’“ambientazione indiana” confesso che l’India di Kipling mi basta e avanza. (Fine della premessa).

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Perché dunque occuparsi di Salman Rusdhie e perché leggere “Knife”? Un uomo di settancinque anni convive da trentadue con una condanna a morte. Non è rinchiuso in carcere in attesa di sentenza. Non ha commesso alcun crimine, a parte quello di aver irritato la sensibilità della Guida Suprema dell’Iran, l’ayatollah Khomeini.

Un giorno d’agosto l’uomo di settantacinque anni che convive da trentadue con una condanna a morte si reca in una piccola località turistica americana per tenere una prolusione sulla letteratura. Neanche il tempo di aprire la bocca e un giovane uomo (un fanatico musulmano? un islamista radicalizzato? un tizio interessato a incassare la taglia emessa dall’ayatollah Khomeini ? tutte e tre queste cose?) balza sul palco e pugnala ripetutamente l’uomo di settantacinque anni che convive da trentadue con una condanna a morte.

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Un anno dopo, dopo aver sopportato le sofferenze causate dalle coltellate (quindici, diciotto?) dopo aver perso l’occhio destro, il meno malconcio dei due, subìto ferite al fegato, all’intestino tenue, al collo, al volto, alla mano sinistra, quest’uomo tenace quanto coraggioso scrive un libro. Il racconto della lunga riabilitazione, dei pensieri che hanno attraversato la sua mente, della gratitudine per chi l’ha aiutato, sostenuto, amato nel corso di tutto questo tempo. Una riflessione che non riguarda solo chi è sdraiato in un letto di ospedale e deve imparare nuovamente a respirare, nutrirsi, stare in piedi, camminare e financo pisciare. Il tema è quello della libertà, quella libertà d’espressione che è il punto più alto raggiunto dall’umanità nella sua breve e travagliata vicenda. L’essenza stessa dell’essere umani. Il tema è rincominciare a vivere dopo che qualcuno ha cercato di ammazzarti per qualcosa che hai scritto trentadue anni prima e che qualcuno ha ritenuto essere blasfemo e quindi meritevole di essere punito con la morte.

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Non perderò neanche un minuto del mio e del vostro tempo per spiegare ciò che ad esclusione di fanatici o imbecilli non richiede nessuna spiegazione. Diciamo solo che I versi satanici”, il romanzo che è costato la fatwa a Rusdhie, è sacrilego quanto le storie di Heidi. Il solo vero incancellabile crimine è l’ipocrisia, l’ignavia e la viltà di chi ha accusato Rusdhie di esserla cercata, di aver messo a repentaglio il quieto vivere con il suo vezzo di scrivere un “romanzo musulmano; di pesare sulle casse dello Stato per via dei costi della sicurezza; di aver violato il riserbo e rispetto che (sic) bisogna mostrare nei confronti delle religioni. Quella musulmana in particolare. Gente del calibro di Carter, allora Presidente degli Stati Uniti, della femminista Germain Greer, del solito inemendabile professor Chomsky, l’intellettuale di sinistra-sinistra che va matto per ogni dittatore del terzo mondo, purché anti americano. Per non parlare dei colleghi del Pen Club e del mondo delle lettere internazionale. Te la sei cercata Salman, e allora adesso che vuoi? Stai lontano che metti a rischio anche noi. Se la vicenda vi ricorda quel che accade ancora oggi con i fatti di Ucraina e con gli ostaggi del 7 ottobre, ecco non siete affatto fuori strada.

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“Knife” si conclude con queste parole che condivido totalmente.

Subito doro la strage di Charlie Hebdo scrivevo: “La religione, antica forma di irrazionalità, se combinata con le armi moderne diventa una vera minaccia per le nostre libertà. Il fondamentalismo religioso ha causato una mutazione letale nel cuore dell’Islam e oggi ne vediamo le tragiche conseguenze a Parigi. Io sto dalla parte di Charlie Hebdo come sarebbe dovere di tutti, per difendere l’arte della satira, che sempre stata uno strumento di libertà, contro la tirannia, la disonesta e la stupidità. “Rispetto per la religione” è diventato sinonimo di “paura della religione”. Le religioni, come tutte le altre idee, devono essere soggette alla critica, alla satira e, SI’, anche alla nostra impavida irriverenza”. Nel caso dell’attentato… contro di me, sostituirei la parola “armi” con “tecnologia”, perché non c’è niente di moderno in un coltello, ma si può affermare che chi mi ha aggredito sia, a pieno titolo, un prodotto delle nuove tecnologie della nostra età dell’informazione, anche se sarebbe più corretto chiamarla “età della disinformazione”. I giganti produttori di pensiero massificato YouTube, Facebook, Twitter e i videogame violenti sono stati i suoi maestri. E da quella che sembra essere una personalità facilmente manipolabile, che ha trovato nel pensiero massificato dell’islam radicale la struttura identitaria di cui aveva bisogno, si è originato un individuo che è quasi diventato un assassino. John Locke ha scritto: “Le azioni degli uomini sono le migliori interpreti dei loro pensieri”. Un’aggressione con un coltello dice tutto quel che c’è da sapere sulla vita interiore dell’aggressore. Ci sarebbe stato il processo, prima o poi, e io, se necessario, avrei testimoniato. L’entità della condanna, per me, non avrebbe fatto differenza. Non mi pareva più tanto importante”.

Dimenticavo. Leggo Salman Rusdhie in traduzione. La sua è una solida scrittura attraversata da lampi di lucida ironia. Detto questo, non ho contato le millantamila occorrenze in cui compare il sostantivo amore. Chissà cosa avrebbe detto Martin Amis, l’amico di una vita.

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