Affrontare certi temi richiede coraggio: la razza è uno di questi. Di certo a Andrea Graziosi il coraggio non manca. Esperto di storia dell’Unione Sovietica e più in generale dell’Est europeo, ha potuto studiare i documenti conservati negli archivi di Mosca giusto in tempo prima che Putin ne impedisse la consultazione. (Detto per inciso, i suoi saggi sull’Unione Sovietica fanno accapponare la pelle per la disumanità che trasuda da ogni piega del regime).
“Il ritorno della razza” (il Mulino) è un esercizio di storia delle idee, la disciplina che si occupa della “nascita, espressione ed evoluzione delle idee umane, intese come le grandi forme di concettualizzazione applicate ai vari domini filosofici, epistemologici, culturali”. In tal senso il lavoro di Graziosi traccia il percorso che il concetto di razza ha compiuto dall’antichità ai giorni nostri e di come sia tornato prepotentemente ad occupare le cronache contemporanee.
La scienza ha ripetutamente dimostrato che dal cespuglio di razze fiorito dalla migrazione africana è sopravvissuta solo la nostra. Pur non essendo certo della sua primazia (chissà, forse il Neanderthal si sarebbe mostrato migliore di noi) il bingo genetico ha premiato la specie umana che ha la presunzione di definirsi “sapiente”. Nonostante le differenze che negare è ipocrita come è razzista ritenerle premianti, tutti gli otto miliardi di esseri umani che popolano la terra appartengono alla stessa specie; abbiamo impiegato duemila anni a comprenderlo, ma ce l’abbiamo fatta. Varcare il fossato concettuale ci è costato una fatica improba: non dobbiamo scordare che personaggi del calibro di Voltaire ritenevano i neri d’Africa biologicamente inferiori, e ancora il Novecento, secolo orribile più che breve, ha propugnato le più diverse forme di razzismo praticando teorie aberranti come l’eugenetica.
Abbiamo vinto? Forse. Nel migliore dei casi una vittoria di breve durata. Come spesso accade il passato non passa e come i virus si ripresenta sotto mutate spoglie. Mentre in passato “razza” era concetto usato in senso discriminante e dispregiativo (in buona sostanza per giustificare e normare il dominio della “razza bianca”) oggi assume una funzione identitaria. Lo scopo è rivendicare orgogliosamente un’appartenenza o una discendenza. Stravolgimento ridicolo che non per questo rende il concetto meno falso e pericoloso. “Come capì subito Isaiah Berlin” – scrive Graziosi – “Herder e i suoi popoli avevano vinto su Marx e le sue classi… una vittoria presto testimoniata da una doppia sostituzione: la passione per la modernità con quella per la purezza, le tradizioni, la terra, i territori e i nativi; e l’internazionalismo e il cosmopolitismo con l’avversione per la globalizzazione”. E così conclude: “Benché la popolazione nativa sia ancora largamente dominante anche dal punto di vista numerico, larghe parti dell’Europa, e specie le sue grandi città, sono già oggi multilingui, multireligiose e popolate da colori differenti e lo saranno sempre di più, anche se in modo diverso a seconda delle politiche che verranno adottate. Il processo tocca inoltre popolazioni più anziane e sottoposte a processi evolutivi forse più lenti e perciò meno capaci di favorire/rendere accettabile l’integrazione, un fenomeno aggravato dal peso de-crescente della fascia più giovane e più aperta della popolazione, che si sente emarginata e nei suoi settori più fragili e meno istruiti teme la competizione dei nuovi venuti. Tra le conseguenze di questi grandi cambiamenti, acutizzati dalla contemporanea perdita di status della «vecchia Europa» e dalla comparsa di aspettative decrescenti, vi è un forte spostamento verso opinioni securitarie, quando non autoritarie o reazionarie, di una parte dell’opinione pubblica europea. È uno spostamento che, come sappiamo, si nutre di richiami alla difesa di «comunità naturali» minacciate nella loro identità (il fatto che tutte le comunità sono in realtà oggetti storici conta poco di fronte alla percezione). Esso è inoltre alimentato in maniera autonoma e direi spontanea dall’invecchiamento (gli anziani hanno più paura dei giovani) e dalla reazione di una sezione della popolazione maschile alla grande rivoluzione che ha ribaltato in pochi decenni i tradizionali ruoli sessuali di dominio, intaccando fortemente i privilegi cui era abituata”.
Vecchi, spaventati, nostalgici e paternalisti: è questo il futuro che ci attende?
