Un carattere (anzi due) per gli italiani.

By on Set 8, 2026 in Contemporaneità

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Viene chiamata estasi metacronica l’esperienza della coscienza “in cui una percezione sensoriale improvvisa genera una profonda epifania e un ricordo involontario, collocandosi in uno spazio del sentire che precede la conoscenza razionale e la vista”. ll concetto è legato all’universo di Marcel Proust e alle analisi critiche sulla Recherche di Francesco Orlando. Per dirla in soldoni e non rischiare di far scappare uno dei quattro sfaccendati che hanno il garbo di continuare a leggere le mie madeleine, diciamo subito che l’estasi metacronica più famosa è – appunto – quella che avviene quando il Narratore puccia nel tè una madeleine (dolce francese a forma di conchiglia bivalve) in una fredda giornata d’autunno.

Parliamo chiaro: di estasi metacroniche indotte dalla memoria involontaria (o, più semplicemente, dal caso) ne abbiamo contezza tutti. Nel senso che a chiunque è capitato il risvegliarsi di un ricordo, l’accendersi di un’associazione, il manifestarsi improvviso e inquietante di un così detto “déjà vu”. Non essendo (per nostra fortuna) Proust evitiamo di scrivere non dico le tremila pagine della Recherche e, come nel mio caso, parliamo semmai di pratica del collegamento. Dove voglio andare a parare è presto detto.

Questa mattina (relativamente) presto ho letto una dichiarazione del signor Antonelli Senior, il babbo di Kimi. L’ho copiata, incollata e spedita alla chat di whatsapp che condivido con la mia famiglia corredata del seguente commento: mi paiono parole vere, troppo intelligenti e vere per essere state pensate e scritte da un Ufficio Stampa.

Riporto le sue parole (del signor Marco Antonelli padre): “Io sono suo padre. Prima ancora che il suo primo tifoso. Non ho mai imposto a Kimi di fare il pilota. Gli ho sempre chiesto una cosa: se questo era davvero il suo sogno, doveva dimostrarlo anche attraverso i sacrifici. Tra noi c’era un patto familiare: andare bene a scuola. Quando l’ho visto partire per le gare portandosi dietro i libri, persino quando correva in Formula 2, ho capito davvero quanto fosse grande la sua dedizione per questo sport. La Formula 1 non l’abbiamo mai vissuta come un obiettivo da raggiungere a ogni costo. Il motorsport faceva semplicemente parte della nostra vita. Poi è arrivata questa possibilità, grazie al talento che Kimi ha dimostrato e anche alla fortuna di incontrare una Mercedes che ha deciso di credere in lui. Io, però, continuo a ripetergli le stesse cose di quando era un ragazzino: essere sempre umile e critico con se stesso. Perché anche adesso che tutti guardano il pilota, io continuo a vedere mio figlio. Sta facendo un bellissimo percorso, ma la strada è ancora lunga. Deve crescere, imparare, sbagliare e migliorare. Non penso ai titoli e non voglio fare proclami: una gara alla volta, esattamente come abbiamo sempre fatto. E se oggi dovessi esprimere un desiderio per lui, non partirei dalle vittorie. Gli auguro prima di tutto la salute. Poi gli auguro di rimanere quello che è: dolce, generoso e capace di fare ciò che ama il più a lungo possibile. Perché alla fine, dietro un casco, una monoposto e un sogno diventato enorme, per un padre rimane sempre la stessa cosa: suo figlio.”

Da qualche altra parte (non ricordo dove) ho letto anche: “Le qualità che fanno emergere questo campione, a mio parere, sono le stesse di Sinner”.

Qualche ora dopo salgo in auto. Detesto guidare l’auto a Milano quanto amo (amerei) guidare libero in collina, possibilmente quelle del Monferrato dove ho trascorso la mia (complicata) adolescenza. Accendo la radio. Per mia fortuna la stazione sintonizzata trasmette “Vita spericolata” uno dei “GCMC” (Grandi Classici della Musica Contemporanea). Ora poiché l’età avanza e non pretendo che i miei otto affezionati lettori ricordino le parole di un testo che, ne sono certo, pure Giacomo Leopardi sarebbe stato orgoglioso di aver scritto tanto sono belle e pregnanti, le ricopio qui paro paro:

Voglio una vita maleducata

Di quelle vite fatte, fatte così

Voglio una vita che se ne frega

Che se ne frega di tutto, sì

Voglio una vita che non è mai tardi

Di quelle che non dormono mai

Voglio una vita di quelle che non si sa mai

E poi ci troveremo come le star

A bere del whisky al Roxy bar

O forse non c’incontreremo mai

Ognuno a rincorrere i suoi guai

Ognuno col suo viaggio

Ognuno diverso

E ognuno in fondo perso

Dentro i fatti suoi, suoi

Voglio una vita spericolata

Voglio una vita come quelle dei film

Voglio una vita esagerata

Voglio una vita come Steve McQueen

Voglio una vita che non è mai tardi

Di quelle che non dormi mai

Voglio una vita, la voglio piena di guai, eh

E poi ci troveremo come le star

A bere del whisky al Roxy bar

Oppure non c’incontreremo mai

Ognuno a rincorrere i suoi guai

Ognuno col suo viaggio

Ognuno diverso

E ognuno in fondo perso

Dentro i fatti suoi

Voglio una vita maleducata

Di quelle vite fatte così

Voglio una vita che se ne frega

Che se ne frega di tutto, sì

Voglio una vita che non è mai tardi

Di quelle che non dormi mai

Voglio una vita

Vedrai, che vita, vedrai, uh-uh, uh-uh

E poi ci troveremo come le star

A bere del whisky al Roxy bar

O forse non c’incontreremo mai

Ognuno a rincorrere i suoi guai

E poi ci troveremo come le star

A bere del whisky al Roxy bar

O forse non c’incontreremo mai

Ognuno a rincorrere i suoi guai

Voglio una vita spericolata

Voglio una vita come quelle dei film

Voglio una vita esagerata

Voglio una vita come Steve McQueen

Voglio una vita maleducata

Di quelle vite fatte, fatte così

Voglio una vita che se ne frega

Che se ne frega di tutto, sì.

Come forse ricorderete, questa lirica (come altro chiamarla?) fu composta nel lontano 1983, ben quarantatre anni fa. Non fu una canzone, ma molto di più. Fu un manifesto. Il manifesto programmatico di una nuova ideologia: dello scazzo, del disimpegno, dell’individualismo anarchicheggiante; segnava l’abbandono definitivo di quell’identificazione con la politica che aveva contraddistinto i “ruggenti” (sic!) stramaledetti anni Settanta, conclusi con un conto salatissimo in termini di lacrime, dolore e sangue; forse non tutti se ne accorsero, ma l’omicidio Moro (1978) segna tra molte altre cose, anche la fine della Politica. Poi cinque anno dopo il genio di Zocca se ne esce con questa canzone. Come la letteratura, gli amori e il vino, le canzoni si giudicano con l’età: se dopo cinquant’anni funzionano ancora, se ti viene voglia di squarciagolarle a finestrino morto, be’ allora non ci sono cazzi che tengano, come amerebbe dire il Barone di Charlus ma non può per ragioni editoriali. Insomma, son lì che canto fermo al semaforo le strofe immortali (“Voglio una vita maleducata/ Di quelle vite fatte, fatte così/ Voglio una vita che se ne frega/ Che se ne frega di tutto, sì”) e mi ritornano in mente le parole del signor Antonelli Senior, e mi compare la faccia del figlio stravolto di sudore e di vittoria, e quella di Sinnerino nostro, e il volto gravato dall’ansia e dal terrore della sua mamma, e la compostezza granitica del babbo suo. Ecco non dico che si è trattato di estasi metacronica ma di illuminazione, quella sì: questa immortale canzone non c’entra nulla con gli eroi dei nostri giorni, con l’educazione, il rispetto, l’autenticità, la cultura del lavoro che i Sinner e gli Antonelli incarnano. Mi auguro resti il ragazzo dolce e buono, dice la mamma di Antonelli; e lo stesso, ne sono certo come il suono del campanello vibrato dalla mano di Swann, direbbe la mamma di Sinner.

Finalmente abbiamo non uno, ma ben due caratteri per gli italiani.

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