Immagino abbiate subito anche a voi l’onta del tradimento. Non le piccole infedeltà amorose che come spiccioli entrano ed escono dalle tasche senza troppo ferire nell’età in cui si scopre il mondo. Il tradimento che ammutolisce e lascia il segno è il tradimento intellettuale. Accade quando vien meno il patto che ci lega a un pensatore, a colui che ha saputo conquistare la nostra fiducia con l’originalità dell’intelletto e il rigore dell’indagine.
Quanto più le delusioni sono cocenti, tanto più vertiginose saranno le conseguenze; si aprono faglie la cui profondità è proporzionale alla crescita che provocano, laddove crescere significa uscire dal cono d’ombra delle convinzioni che abbiamo accumulato e che custodiamo con l’ottusa determinazione di Cerbero. (scrive Paul Nizan, l’autore che vanta il più grande numero di citazioni dopo i Baci Perugina, “Avevo vent’anni. Non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.”)
Non possiamo farci niente: l’adolescenza è l’età dei miti, e più vasta è l’ignoranza, più grande sarà lo spazio riservato al mito, assai più – come scopriremo presto – del suo valore reale: le icone affisse nelle camerette degli adolescenti sono testimonianze parlanti. Consideravo Hobsbawm un maestro; insieme a E.P. Thompson e Christopher Hill, gli altri grandi interpreti della storiografia inglese di scuola marxista, il suo “fare storia” offriva una lettura straordinariamente efficace della genesi del capitalismo e dello sviluppo capitalista. A testimonianza del suo valore c’è il suo libro più famoso (“Il secolo breve”) nel quale affrontava con incredibile coraggio la sfida di offrire al lettore non specialista una visione d’insieme riguardo a fatti ed eventi la cui eco non si era ancora spenta, e che anzi con buona probabilità molti lettori avevano vissuto sulla propria pelle.
Poi la famosa, la dolorosa, intervista televisiva del 1994 fece emergere il nodo irrisolto della coscienza di Hobsbawm. Pur denunciando le atrocità staliniane, tendeva a considerarle come una “tragica necessità” o una conseguenza inevitabile dell’arretratezza russa e dell’assedio capitalistico occidentale; in buona sostanza l’equivalente di chi, in buona o cattivissima fede, oggi giustifica l’aggressione all’Ucraina sostenendo che la Russia interviene a causa delle provocazioni della Nato. E infine nel corso dell’orribile intervista alla domanda se il sacrificio di milioni di vite umane sarebbe stato giustificato se avesse portato alla nascita di una vera società comunista, Hobsbawm rispose con un secco “sì”. Dopo un’affermazione come questa come direbbe Forrest Gump non c’è nient’altro da aggiungere.
Quello che allora mi sconvolse non fu tanto la cosa in sé. Da Aristotele in poi, il genio assoluto che giustificava la schiavitù e la “non umanità” degli schiavi, il mondo è pieno di giustificazionisti – il cui livello per giunta non raggiunge neppure le caviglie dello Stagirita – e di interpretazioni a dir poco stravaganti come la follia di scambiare Rousseau, la proto-guida di ogni sistema totalitario, per un libertario; ma il fatto che un pozzo di sapere come Hobsbawm possa con la sua faccia dolente alla Beniamino Placido in qualche modo “giustificare” l’orrore bolscevico mi fa ribrezzo prima ancora che stupore. Hobsbawm ha studiato Marx di “prima mano”, ovvero in lingua inglese, e non può non sapere che Marx l’utopista, il sognatore, l’agitatore politico, non ha mai giustificato l’abolizione delle libertà civili del pensare, leggere, scrivere, esprimere opinioni. Hobsbawm non può non sapere che il marxismo delle origini (ovvero il marxismo ai tempi di Marx) è innanzitutto un umanesimo. E che sul “comunismo” sia lui che il suo compagno di banco Engels non avevano (né potevano avere) la più pallida idea. In merito così Marx scrive fantasticando: “…allorché la divisione del lavoro non è divisa volontariamente ma naturalmente, l’azione propria dell’uomo diventa una potenza a lui estranea […]. Ciascuno ha una sfera di attività esclusiva e determinata che gli viene imposta e dalla quale non può sfuggire: è cacciatore, pescatore, o pastore, o critico e tale deve restare se non vuol perdere i mezzi per vivere; mentre nella società comunista, […] ciascuno ha la possibilità di cacciarci la mattina, di pescare nel pomeriggio, di allevare il bestiame la sera, di criticare dopo cena, a seconda del suo piacimento, senza diventare mai cacciatore, pescatore, pastore o critico”. Dunque un qualcosa di teneramente poetico che stride con la bestialità programmatica del progetto staliniano.
Perché grandi studiosi spesso e volentieri esprimano (anche) pensieri criminali, è per me un mistero irrisolvibile. Non ho mai trovato risposta convincente. Non l’età, le condizioni di salute, né – giusto per tornare all’assunto di partenza – un grave trauma affettivo. (Forse sono persone che pur dedicando la propria vita a conoscere e comprendere non riescono a prendere distanza dalla loro adolescenza?). Non è invece un mistero l’insostenibile attrazione gravitazionale che esercita il banchetto dei libri scontati (nuovi e intonsi come suore immacolate) che il lunedì mattina sfida il caldo in via Cesariano. Accanto a un Heidegger che mi occhieggia inutilmente da settimane stava acquattato placido e sicuro di sé “L’invenzione della tradizione”, una serie di saggi a cura di Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger. A tutto si resiste fuorché a un libro promettente, e così è stato. La raccolta, criminosamente stampata in corpo 9, si apre con un saggio dedicato all’invenzione della tradizione nelle Higlands scozzesi. Udite, udite: l’indossare il kilt tessuto in tartan è un’invenzione che ha preso piede tra il XVI e il XVII secolo, una beata cippa col medioevo di Braveheart e tutto il ciarpame identitario appiccicato nel corso del tempo. Diciamo che la buona sorte ha risparmiato al senatore Bossi l’ennesima delusione amorosa.

