Il caso e la necessità

By on Giu 7, 2020 in Letteratura

La scrittura è un mestiere peggio delle armi, non conosce soste né tregue. La scrittura come malattia e inutile cura della malattia: chi scrive per bisogno lo farà a qualunque prezzo. Proust si è letteralmente ammazzato vergando nel chiuso della sua camera da letto le minute striscioline di carta (“les paperoles”) che Céleste Albaret, la governante divenuta a sua volta scrittrice, incollava diligentemente sugli infiniti fogli di carta che diedero forma alla Recherche. Forse qualcuno pensa che per Kafka, stimato impiegato delle assicurazioni boeme, e per Joyce, squattrinato bevitore in esilio, o per l’arci-borghese Mann la scrittura non fosse una forma di inemendabile necessità? E per restare in ambiente domestico, forse che Fenoglio, corrispondente commerciale di una casa vinicola, Pavese e Calvino avrebbero potuto dedicarsi a qualcos’altro che non fosse la scrittura? Chi scrive...

Customer experience

By on Giu 4, 2020 in Contemporaneità

Riaprono i negozi. Quelli belli dove si va non per la sopravvivenza (pane, latte, carta igienica, sapone) ma per lo sfizio di guardare, tocchicciare, provare (se non è troppo complicato) e – forse – persino comprare. I bravi markettari de’ noaltri, compagnucci delle merende di qualche secolo fa, andavano pazzi per espressioni come customer experience, e i più fighi si facevano riconoscere sottolineando la necessità di esplorare anche (e soprattutto) il custom journey. Per non parlare dei famosi KPI che solo a pronunciarli – “chi-pi-ai” – provocavano orgasmi che Meg Ryan in “Harry ti presento Sally” al confronto spicciava loro casa. Più i markettari erano marginali, nel senso che esercitavano al servizio di contee insignificanti e nella gerarchia aziendale occupavano lo stesso posto delle oloturie nella biologia marina, e più spendevano questi termini non si sa se in modo più...

Il mestiere di leggere

By on Mag 24, 2020 in Letteratura

Tra le tante citazioni citabili di Philip Roth, Paolo Di Paolo su Rep del 21 maggio ci propone questa: “La gente non legge pensando all’arte: legge pensando alle persone”. Magistrale e, con buona pace di chi non sapendo scrivere fa il critico letterario, definitiva. Come si trasforma un personaggio in persona, ad esempio Nathan Zuckerman, questo Roth si guarda bene dello spiegarlo: d’altra parte lui fa lo scrittore mica il critico. Del resto in casi come questo le spiegazioni “tecniche” – ammesso che vi siano – sarebbero del tutto inutili; consideriamo il personaggio “persona” nel momento stesso in cui avviene la sospensione dell’incredulità, e iniziamo a nutrire per il personaggio divenuto persona sentimenti di avversione o empatia, affetto o disgusto. E questo può avvenire dopo cinque righe come dopo cinque pagine, piuttosto che mai. Quando Swann, Huckleberry...

Sursum corda

By on Mag 18, 2020 in Contemporaneità

Sempre caro mi fu il Monumentale, il giardino più artificiale di Milano. Alberi d’alto fusto, qualcuno secolare, fischi di merli, gracchiare di corvi e cornacchie, furtive apparizioni di gatti, garriti di rondini. E poi, com’è noto e ovvio che sia, il gran teatro delle vanità, la secolare tenzone delle famiglie milanesi a colpi di architettura della memoria. Al tempo del Corona il cimitero dei milanesi doviziosi è se possibile luogo ancor più incantevole; domenica scorsa abbiamo compiuto il periplo incontrando solo due gatti e tre persone, per di più perfettamente mascherinate. Guardando e riguardando la statuaria delle tombe, molte delle quali esprimono un commovente disprezzo del ridicolo, mi sono sempre chiesto quale fosse il rapporto che legava gli artieri (chiamarli artisti mi par eccessivo) e i committenti. Il progetto veniva approvato da futuro defunto, oppure la scelta toccava...